Cartagena, la città inquieta

Pochi sanno che Francesco Carletti, mercante fiorentino, compì il primo viaggio intorno al mondo della storia senza incarichi ufficiali, ma con mezzi propri seguendo un itinerario che iniziò insieme al padre – il quale morì durante il viaggio – e che lo portò a commerciare con le Indie occidentali, le Filippine, il Giappone, la Cina e l’India tra il 1594 e il 1606. Il primo commercio del Carletti fu quello degli schiavi: partito dalla Spagna con una nave presa a nolo arrivò all’Isola di Capo Verde dove caricò “75 mori et more” e proseguì traversando l’Atlantico lungo la rotta degli Alisei per arrivare a “Cartagena d’India”. Nei suoi Ragionamenti del mio giro intorno al mondo riferisce di questa sua prima attività di negriero con dovizia di particolari esprimendo anche una nota di rammarico per un mercato di esseri umani che lo mette in “confusione di coscienza”: “questo mi parve sempre un traffico inumano et indegno della professione e della pietà cristiana”. Comunque il Carletti torna subito a descrivere l’aspetto commerciale di questa tratta e riporta il suo arrivo a Cartagena “città delle Indie sita nella costa che chiamano di terra ferma, lontana dalla linea equinotiale dieci in undeci gradi verso settentrione, con un bellissimo porto, avendo prima avuto vista delle isole che gli spagnoli chiamano Antiglias (cioè le Antille n.d.a.), che stanno avante che si arrive alla terra ferma, sparte e disposte per quel mare dalla natura con tal ordine e in tanta quantità, che paiono esser state poste per trincee riparo delle incompresibili ricchezze e tesori che tanti secoli sono state nascoste a noi per tutto quel mondo nuovo”. Appena gettato l’ancora nella baia il nostro protagonista viene subito arrestato “secondo il modo di fare delle stratageme spagnole, che per cavar denari ne son buoni inventori, ch’io portavo molti schiavi senza licentia di sua Magestà”. Dopo tre giorni però viene liberato per intercessione di Don Pietro Medici al governatore della città. Ed ecco che il Carletti può vendere i suoi schiavi, lamentandosi che alcuni fossero morti durante il viaggio e che i prezzi fossero calati, causando un guadagno inferiore di quello previsto.

A quei tempi Cartagena era il più importante centro autorizzato per questo tipo di commercio: il più grande mercato di schiavi dell’America latina si teneva in Plaza de los Coches (piazza delle Carrozze). La piazza esiste ancora oggi e fa impressione immaginarsi il mercato descritto dal Carletti, il quale lamenta i mancati introiti, ma anche di come rimase fino al 12 di agosto sempre “ammalato di malignissima febbre” curandosi, secondo le raccomandazioni di un medico locale, mangiando “carne di porco fresca”.

La città che vide il Carletti non era poi tanto diversa da quella di oggi. Le fortificazioni della ciudad amurallada non erano state ancora costruite, anche se il mercante riporta che l’opera sta per essere avviata; ma la cattedrale esisteva già nelle sue forme cinquecentesche con gli oculi sopra le arcate delle navate laterali a illuminare l’interno a pianta basilicale. Così come Plaza de la Aduana, perimetrata da imponenti portici, o il convento e la chiesa di San Pedro Claver, che prende il nome da quel gesuita spagnolo (1580-1654) che si adoperò per una migliore condizione degli schiavi nella città. Pochi anni dopo, il 5 febbraio 1610, venne istituito dal re Filippo II il Tribunale dell’Inquisizione, il cui palazzo settecentesco ancora oggi sembra incutere timore.

Il primo insediamento fu fondato da Pedro de Heredia il 1 giugno del 1533, su di un sito abitato da indigeni particolarmente bellicosi chiamati Calamarì. Un documento del tempo riporta questa nota: “Calamarí, che in lingua indigena significava granchio e che Heredia e il suo popolo traducevano alla spagnola semplicemente Calamar, era il nome con cui gli indigeni chiamavano un villaggio situato nell’ultima piega della baia di Cartagena de Indias a nord. Villaggio di paglia con tetti che quasi raggiungevano il suolo, circondato da una palizzata circolare e alberi spinosi coronati da teschi, i cui abitanti erano impantanati nella barbarie secolare, ma anche in assoluta libertà”.

La città nei secoli fu assaltata numerose volte. Nel 1586 anche dal corsaro e navigatore Francis Drake, di cui si conserva ancora la memoria della casa dove visse. Che poi chissà se è vero che abitò lì, dato che bruciò gran parte delle abitazioni, distrusse mezza cattedrale e se ne andò solo dopo aver ottenuto il riscatto di 107.000 ducati, numerosi gioielli e 80 cannoni!

La città oggi sembra essere ancora sotto assedio da parte di una quantità esagerata di turisti che provengono da gran parte della Colombia, da altri paesi dell’America latina e dagli Stati Uniti; ed è davvero difficile rivivere la memoria del passato, anche se i bastioni che aggettano sul mar dei Caraibi (oggi si prestano ad accogliere i locali più in voga per prendere un aperitivo davanti al tramonto) sono veramente suggestivi, così come le vie del centro storico o del quartiere del Getsemani e il Castello de San Felipe. Il museo Naval è invece una delusione: pieno di ricostruzioni posticce, ma senza reperti originali di valore storico, vale solo per gli ambienti interni dell’edificio che lo ospita.

Dopo una notte insonne per la movida notturna del week end – che nel centro storico raggiunge livelli di totale anarchia – Valerio ed io ci concediamo una colazione su una terrazza affacciata sul campanile della cattedrale. Un ragazzo cartagenero con cui parliamo commenta laconico: “Es una ciudad inquieta”.

Per tornare alla nostra barca prendiamo di nuovo l’autobus locale per compiere i 200 km di strada costiera che in 5 ore ci riporta a Santa Marta passando per Barranquilla. Lungo la Costa del Sole, luogo di vacanza e di svago, si vedono enormi slum entro cui vivono di stenti migliaia di persone: discariche di plastica e fango che si estendono per chilometri dove si ammassano baracche costruire con mezzi di fortuna. “Impantanati nella barbarie secolare”, come nelle descrizioni dei primi colonialisti, una delle tante contraddizioni delle nostre società odierne, anche se queste masse di disperati sono privi di quella assoluta libertà degli indigeni Calamarì che vivevano queste terre prima dell’arrivo degli spagnoli.

Plaza de los Coches
Il fondatore della città Pedro de Heredia
Il campanile della cattedrale
L’interno della cattedrale
La casa di Drake con il bucaniere Valerio Bardi
Le strutture difensive della ciudad amurallada
Un locale affollato posto sui bastioni della cortina muraria con sullo sfondo la città nuova
Un matrimonio in una chiesa del centro
Un cannone rivolto verso il mar dei Caraibi