I Guna delle isole San Blas

Salpiamo da Santa Marta, Colombia alle 12 di mercoledì 23 gennaio con rotta sulle isole San Blas di fronte a Panama. Passare il capo di Barranquilla non è stato facile, durante la notte il vento è calato e abbiamo dovuto procedere ad una velocità di 2 nodi per una corrente contraria che rallentava la nostra andatura. Eppure ci eravamo tenuti abbastanza distanti dal capo, seguendo le raccomandazioni dei locali che ci avevano avvertito della corrente generata dalla foce del fiume Magdalena, uno dei più inquinati della Colombia. Per ore l’acqua ha assunto una colorazione marrone, era inquietante, sembrava di navigare in una palude con onde che si incrociavano e la paura di urtare contro qualche oggetto riversato dal fiume nel mare.

La vista delle San Blas è stata come un riveder le stelle, perché fin dalla prima apparizione ci siamo resi conto di entrare in un angolo di paradiso. L’arcipelago è composto da più di 340 isole disposte di fronte alla costa panamense, atolli di sabbia bianca finissima su cui crescono palme da cocco. Vedendole da lontano sembrano delle teste che emergono dal mare con i capelli tagliati a spazzola, ma appena ci si avvicina si rivelano come isole quasi perfette nella loro bellezza. Diamo fondo di fronte agli atolli di Coco Bandero, le isole più sud orientali e scendiamo a terra a nuoto per esplorare quella più vicina, a meno di 200 metri. L’acqua è turchese intorno alla spiaggia e il verde delle palme si staglia nell’azzurro del cielo. Al tramonto mare e cielo assumono il colore del corallo ed è difficile descrivere tale bellezza, nessuna fotografia può rendere l’idea, forse soltanto la pittura potrebbe interpretare la densità dei colori che abbiamo di fronte.

Tutto l’arcipelago è abitato dagli indigeni Guna Ayala, un popolo che secoli fa vi si trasferì dalle montagne della costa. Qui avrebbero trovato una difesa maggiore dalle incursioni cui erano soggetti nella terra ferma. I Guna sono molto attaccati alle loro tradizioni e custodiscono queste isole secondo il loro antico modo di vivere. Negli ultimi tre secoli ogni giorno raggiungevano la costa con le loro canoe (ulus) per raccogliere legna da ardere e viveri, il resto della giornata veniva dedicato alla pesca o alle altre attività di vita quotidiana; la sera si riunivano nel “congreso”, una sorta di parlamento dove vengono prese decisioni per la comunità.

Oggi la vita è un po’ cambiata, ma non di tanto. Continuano le attività di sempre, ma guadagnano anche con i turisti delle tante barche che ogni anno visitano le isole nella bella stagione, da dicembre a marzo. Vendono molas (panni intessuti con decorazioni di vario genere, spesso astratte, secondo gli usi delle popolazioni di queste parti del sud America, ma anche con immagini del mondo animale, tartarughe, pesci, uccelli), bracciali dai colori vivaci (quelli che portano le donne alle braccia e ai polpacci sono bellissimi), bende colorate dai disegni più vari, pesce fresco ed aragoste. Quella dei Guna è una società matriarcale, le donne hanno il potere e decidono sulle loro comunità. L’isola maggiore è El Porvenir, dove si trova una pista d’atterraggio in cemento ormai dismessa, alcuni edifici amministrativi – fra cui un museo della cultura Guna in rifacimento – e una specie di hotel. Per il resto ogni comunità è divisa in famiglie che abitano in capanne fatte di legno e foglie di palma. Ognuna è proprietaria di un’isola, dove svolge le proprie attività, ne mantiene la cura e sovrintende sul territorio. Le donne scelgono i mariti ed è proibito per i Guna mischiarsi ad altri popoli pena l’espulsone dalla comunità. Questo rigido provvedimento è visto come indispensabile per la sopravvivenza della razza, anche se le conseguenze maggiori si riscontrano in una stagnazione genetica (sono molti gli albini fra i Guna) che pregiudica l’evoluzione naturale di questo popolo.

Le maggiori informazioni le abbiamo reperite sul Panama Cruising Guide di Eric Bauhaus, il maggior testo di riferimento per chi naviga in queste acque. Ma come sempre capita la realtà ci appare diversa da quella che ci immaginavamo. Siamo stati a Holandes Cays, dove si trova un punto d’ancoraggio chiamato swimming pool per la visibilità dell’acqua in un vasto banco di sabbia in mezzo alle isole, qui abbiamo cercato un ancoraggio più isolato rispetto a quelli indicati dai portolani, le possibilità sono infinite avendo l’accortezza di entrare dentro i numerosi arcipelaghi evitando reef che talvolta possono essere insidiosi e non ben segnalati dalle carte. Raggiungiamo un’isoletta a nuoto attraverso una lingua di sabbia dall’acqua turchese dove incrociamo una manta e diversi pesci colorati; a terra ci viene incontro un giovane Guna, insieme ad altri stanno costruendo una capanna: “Servirà per riunire gli abitanti di questo territorio”, ci dice. Di fronte al mare hanno piantato un bastone con la bandiera nazionale: due avambracci incrociati armati di arco e freccia sotto una corona di 8 stelle verdi in campo giallo. “La nostra bandiera nazionale” ci tiene a sottolineare spiegandoci che il loro ruolo è quello di guardiani delle isole e ci viene da pensare che senza questa loro tutela oggi sarebbero state devastate da villaggi vacanze e investimenti immobiliari di ogni genere. L’altra bandiera che si vede volare è quella con la svastica – niente a che fare con quella nazista – che fu adottata nel 1925 quando i Guna si ribellarono alle ingerenze di Panama e si dichiararono Repubblica autonoma, pur acconsentendo di essere parte della Repubblica di Panama. Se oggi possiamo vedere questo arcipelago ancora quasi del tutto incontaminato lo dobbiamo anche alle loro lotte per l’indipendenza nazionale.

Il giorno dopo andiamo a Lemmon Cays dove diamo fondo sotto una pioggia scrosciante al centro di una vasta baia contornata da isole: una bassa pressione ci accompagnerà fino al giorno dopo. “Sembra di essere nel Solent!”, commenta Valerio. Decidiamo di raggiungere un’isoletta che vediamo dalla barca con il piccolo kayak gonfiabile che abbiamo a bordo: sembra l’isola perfetta con una vasta spiaggia e le palme più rade al centro dove si scorgono alcune capanne. Scendendo a terra ci viene incontro Benny con cui facciamo amicizia, ha delle bibite da vendere, nient’altro, e vive qui con la sua famiglia. Intorno alla capanna centrale molte donne dagli abiti tradizionali sono impegnate in diverse attività, Benny invece sembra non curarsene e si intrattiene bevendo una birra con noi. Ci presenta la figlia che sembra molto sveglia e traduce quando il padre non capisce: “Lei è molto intelligente” ci dice; poi arriva la Señora, la donna più anziana che qui comanda e sovrintende. Vestita di abiti tradizionali porta un grande anello d’oro al naso e si capisce subito dal portamento e dal modo di fare che è lei che comanda qui. “Possiamo farle una foto?”.“Sono tre dollari”. “Va bene, mettetevi insieme, vorremo fare una foto di famiglia anche con la ragazza”. “Allora sono sei dollari, tre dollari a persona”. Sì, decisamente qui comanda lei.

Tornando alla barca una canoa ci raggiunge, un uomo e una donna, forse marito e moglie, ci offrono prodotti artigianali: molas, braccialetti, fasce decorate con colori vividi e sgargianti. Anche qui è la donna che fa le contrattazioni, mentre l’uomo sembra essere solo di supporto e assistenza.

Una società matriarcale dalle origini antiche che ha mantenuto la propria cultura intatta nel tempo, conservando l’ambiente di queste isole attraverso i secoli. Certamente sono molte le contraddizioni, non tutti parlano bene dei Guna, ma la nostra impressione è stata quella di un popolo pacifico, attaccato alle loro origini, molto orgogliosi e incuranti di come va il mondo intorno alla loro piccola Repubblica.

Salpiamo sotto una pioggia insolita per questa stagione per dirigersi verso Colón e prepararci a traversare il canale di Panama. E mentre lasciamo le San Blas dietro la scia della nostra poppa mi viene da pensare che probabilmente, a causa dell’innalzamento degli oceani, fra qualche anno queste isole non esisteranno più (alcune sono già state abbandonate perché sommerse dalle acque) e forse gli indigeni Guna, dopo tanti secoli, torneranno ad abitare le montagne della costa che avevano abbandonato.

Coco Bandero
Tramonto su Coco Bandero
Una spiaggia di un atollo
La bandiera nazionale del popolo Guna
L’ufficio di frontiera nell’isola di El Porvenir
Ricamo tipico del Guna
Valerio ed io con il nostro amico Benny
La senora dell’isola con le nipoti
Lemmon Cays