Panama Hat

Panamà è un’area metropolitana che si estende su un territorio molto vasto dove vivono oggi quasi due milioni di persone. Nei pochi giorni che ho passato qui ho cercato di comprenderne lo spirito, ma parto adesso senza aver maturato un’idea chiara. Forse è solo una questione di tempo, ma una cosa è certa: Panama è un paese di grandi contraddizioni. Della città originaria – la prima fondata agli inizi del Cinquecento sulla costa del Pacifico – sono rimasti alcuni ruderi, dopo che nel 1671 il pirata Henry Morgan la saccheggiò e le dette fuoco. Di queste distruzioni le persone del luogo raccontano il divertente aneddoto della chiesa di San Josè, ancora intatta anche nei suoi apparati decorativi interni. La chiesa aveva un magnifico altare monumentale dorato, ma gli astuti padri, venuti a conoscenza dell’imminente arrivo del pirata, lo dipinsero di nero. Quando Morgan entrò nella chiesa rimase deluso e anzi ebbe pena nel vederla così spoglia e tetra, così non solo ne impedì il saccheggio, ma lasciò pure una donazione. La vicenda sembra più una favola per turisti, però effettivamente ancor oggi si può ammirare il magnifico altare seicentesco ricco di statue e pesanti dorature all’interno dell’originale tempio a pianta basilicale.

I monumenti più antichi sono nel Casco Viejo: la cattedrale e le altre chiese, lo scheletro dell’edificio  della Compagnia del Gesù, i palazzi storici. Oggi questo è il quartiere turistico dove si trovano ristoranti, locali, alberghi, ma anche i principali palazzi del governo e i luoghi di rappresentanza. Per raggiungere il ventre della città basta uscire dal Casco ed entrare nel popolare quartiere El Chorrillo, un tempo molto pericoloso, oggi un po’ meno in seguito alle trasformazioni urbanistiche operate negli ultimi anni. Secondo Josè – il giovane tassista con cui abbiamo lavorato in questi giorni – l’economia di Panama è sempre in crescita e, anche se la città è oggetto di una forte immigrazione dai paesi poveri dell’America Latina, ognuno può trovare lavoro se veramente s’impegna a cercarlo. E’ lui a farci scoprire la città nuova che ha il volto di una metropoli moderna, con grattacieli che guardano il Pacifico e grandi arterie stradali che attraversano i quartieri e le zone residenziali nate negli ultimi decenni secondo uno sviluppo immobiliare che ha creato una vera e propria urban jungle. Valerio ed io passiamo un pomeriggio ad esplorare questa giungla d’asfalto con Josè che si presta a farci conoscere quello che secondo lui è il vero volto di Panamà. Andiamo a mangiare un hamburger dietro un autolavaggio, dove all’entrata due ragazze attirano i clienti ballando e agitando panni per asciugare le carrozzerie. Facciamo compere per la nostra navigazione in grandi magazzini del tutto simili a quelli che si trovano ovunque, vediamo le nuove architetture come El Tornillo, un grattacielo di vetro e acciaio che si sviluppa avvitandosi in una torsione verso il cielo sempre azzurro;  passiamo di fronte all’entrata di numerose banche lungo l’Avenida Central. “Es un paraìso fiscal” dice Josè con orgoglio parlandoci del periodo della destituzione del general Noriega da parte degli americani e dei costi per un appartamento che qui sono saliti in modo esponenziale negli ultimi dieci anni.

Il giorno dopo visito il Biomuseo di Frank Gehry che vale la pena di vedere più per l’architettura (è l’unico museo realizzato dal noto architetto in America Latina) che per i contenuti. Mi fermo a parlare con alcune giovani guide del museo che partono a raffica come una pagina scritta spiegandomi la genesi dell’istmo di Panama e il suo sviluppo dalle glaciazioni fino ad oggi! Panama promuove il suo territorio come un’ecosistema unico al mondo e ne tutela la conservazione ed il rispetto anche attraverso campagne d’informazione e di comunicazione. Lungo le strade si trovano numerosi pannelli informativi sul tema dell’inquinamento globale e sui cambiamenti climatici. Sarebbe da chiederci quanto questo governo si adoperi nella realtà di quello che è il più grande snodo dei commerci dell’America Latina e del Sud. Da qui passano tutte le grandi navi che portano le merci dall’oriente all’occidente e viceversa, ma anche tutte quelle che uniscono l’America Latina con quella del Sud. E’ incredibile da pensare per noi europei, ma non esiste una strada che unisce Panama con la Colombia. Le strade che dal Messico scendono giù per il Guatemala, l’Honduras, Nicaragua e Costa Rica si fermano tutte prima del Parco Nacional del Darien. Per raggiungere l’America del Sud è necessario prendere una nave da una parte o dall’altra del canale. “La sierra es impenetrable” dice Josè, raccontandoci della proposta avanzata dal governo colombiano per la realizzazione di una via che l’attraversasse che è stata rifiutata da Panama per paura di una maggiore immigrazione.

Ma l’incontro più bello è nato per caso, come sempre: quando decido di perdermi nel Casco Viejo senza cercare, ma piuttosto di lasciare che la vita mi sorprenda. In Plaza Simon Bolivar m’imbatto nell’entrata di un edificio in pietra che porta affisso un pannello con su scritto “Colectiva de mujeres creadoras”. Entro all’interno e salgo una piccola rampa di scale che mi conduce in uno studio condiviso da sette artiste locali che si sono riunite in un collettivo per creare ed esporre le loro opere di pittura, lavorazione della carta e tatuaggi. Ada sta lavorando ad un dipinto. “Sto creando un mio stile” mi dice. “Ho studiato moda a Milano per quattro anni, ma poi ho capito che la mia vocazione era dipingere e quindi sono tornata”. La loro galleria studio è aperta da giugno scorso ed è una realtà unica in tutto il paese. Ada lavora su diversi supporti e dipinge opere che interpretano la Natura intesa come un unico respiro vitale. Animali, piante, elementi ambientali, figure umane, ma anche figure simboliche legate alle religioni e ai culti antichi di queste terre sono per lei manifestazioni dell’amore che anima l’universo. Il collettivo espone anche opere di altri artisti, non solo di Panama, e spesso organizza incontri culturali e inaugurazioni. Una bella realtà,  unica nel suo genere, che fa ben sperare per la crescita culturale di questa città.  Ada mi dice sorridendo che sta cercando la sua strada e che lavora molto perché la sua musa la chiama spesso e quando sarà pronta forse anche lei andrà a cercare una risposta nella foresta, come hanno fatto altri artisti:“La Selva è molto potente”. Continuiamo a parlare di arte, di vita, di verità, di passione e di concentrazione sul lavoro d’artista come se ci conoscessimo da sempre. La sera andiamo a bere una birra sulla terrazza di un alberghetto della città vecchia e mi torna in mente un modo di brindare che m’insegnò anni fa Giuliano; credo accomuni in tutto il mondo i veri appassionati di arte: “Alle tre A: Arte, Amicizia, Amore”.

Ciao Ada, spero tu trovi quello che cerchi, anche io non l’ho ancora trovato.

La piazza della cattedrale nel Casco Viejo
La piazza della cattedrale nel Casco Viejo
Lo scheletro della chiesa della Compagnia del Gesù
Lo scheletro della chiesa della Compagnia del Gesù
L’altare della chiesa di San Josè
L’altare della chiesa di San Josè
Una terrazza sul Canale
Una terrazza sul Canale
Veduta di Panamà
Veduta di Panamà
Il Biomuseo di Gehry
Il Biomuseo di Gehry
Una delle sale del Biomuseo
Una delle sale del Biomuseo
Uno degli acquari del museo
Uno degli acquari del museo
Tornillo
Il Tornillo
Colectiva de mujeres creadoras
Lo studio – galleria del collettivo di artiste
Ada Guadamuz
Ada Guadamuz nel suo studio d’artista
Panama hat everywhere
Panama hat everywhere