La cerimonia del passaggio dell’equatore e l’arrivo alle Galapagos

Intorno ai 30° di latitudine a nord e a sud dell’equatore si entra in un’area di venti variabili dove capita d’incappare in quelle calme equatoriali che affliggevano le navi del passato. Horse latitudes le chiamavano gli inglesi perché le navi spagnole erano solite gettare i cavalli a mare per risparmiare acqua durante i lunghi giorni di assenza di vento.

Siamo salpati il 12 febbraio dalle isole Las Perlas, di fronte a Panama, con rotta sulle Galapagos a circa 900 miglia di distanza. Oggi è più difficile finire in queste calme che si trovano fra i tropici e l’equatore: le nostre previsioni meteo ci forniscono diversi modelli per seguire il vento. Ma le lingue di vento in quest’area si presentano a macchia di leopardo e si muovono in continuazione. Tutti i modelli che avevamo a disposizione si sono rivelati imprecisi e navigando verso sud ovest anche noi ci siamo imbattuti in una sacca di alta pressione quasi in assenza di movimenti d’aria. Non è facile spiegare cosa si prova a trovarsi in una calma piatta in mezzo all’oceano, ma non deve essere molto diverso da cosa provavano i marinai del passato. Cala fra l’equipaggio una certa inquietudine data dalle condizioni innaturali d’immobilità del mare. Sorgono i dubbi e sale un sottile nervosismo; le ore si allungano e il pomeriggio sembra non finire mai. Il caldo si fa insopportabile, la luce talmente intensa da dover socchiudere gli occhi per guardare l’orizzonte. Tutto è fermo, immobile, come morto. Avanziamo lentamente verso sud dove ci aspettiamo di trovare i venti sud orientali che ci consentiranno di mettere la prua sulle Galapagos. Dopo due giorni di calma il mare comincia a muoversi, le vele si gonfiano di nuovo e la nostra bandiera torna a sventare snella e leggera. Ma le correnti contrarie ci rallentano e generano onde che s’incrociano. Il mare sembra ribollire. I marinai del passato vedevano questi fenomeni con paura, immaginavano mostri che agitavano le acque, fantasticavano storie che alimentavano una mitologia dell’orrore del mare. Passiamo dai 2 ai 3 nodi, poi le correnti cominciano a girare favorevolmente e raggiungiamo i 5 nodi, fino a navigare con un bel vento teso a 7- 8 nodi verso il nostro destino. La prua beccheggia sicura sulle onde e Milanto fila liscia tenendo la rotta come su un binario. Le nuvole in cielo tornano a correre veloci e si trasformano in mille forme per poi vaporizzarsi in un continuo ciclo creativo. The weather maker, viene chiamata questa parte di oceano: perché è a queste latitudini che si formano le masse d’aria che, surriscaldandosi all’equatore, ascendono e generano i moti convettivi che influenzano tutto il pianeta. Qui si creano le nuvole, gli uragani, le perturbazioni e le correnti d’aria che si muovono in senso orario nell’emisfero nord e antiorario in quello sud. Avvicinarsi all’equatore è come entrare nel regno dei venti. E non si deve aver fretta di arrivare a destinazione, prima o poi il vento arriverà, i dubbi scompariranno, tornerà il buon umore e la fiducia in se stessi.

E’ d’uso per i marinai che traversano l’equatore per la prima volta, compiere una cerimonia di ringraziamento a Nettuno. Nel nostro caso l’evento si presta a rinnovare la promessa di matrimonio di Giulia e Carlo che hanno scelto di fare la loro luna di miele con noi in questa tratta. Decidiamo quindi di celebrare in grande stile. Mi metto a comporre un Inno a Nettuno dal carattere aulico. Neal lo traduce in inglese. Lo reciteremo insieme al passaggio del meridiano maggiore gettando in dono, come vuole la tradizione, libagioni al mare. Valerio impersonerà Nettuno con un tridente costruito con un uncino, una sega e due cacciaviti. Ognuno si prepara alla grande festa. Carlo, Giulia, Sue ed io saremo battezzati, come nostro primo passaggio dell’equatore, con un impasto di porridge e fagioli che Nettuno ci verserà sulla testa e berremo rhum in suo onore.

E i doni di Nettuno non si fanno attendere: il giorno dopo peschiamo una lampuga oceanica di un metro di lunghezza. Bellissima nei suoi colori dorati ed azzurri che cangiano in continuazione. Sarà la nostra cena, cucinata al forno da Amancio con contorno di patate.

Le Galapagos ci appaiono all’orizzonte all’alba del sesto giorno di navigazione. Maestose e verdi, come un paesaggio primordiale, man mano che ci avviciniamo riusciamo a distinguere i picchi vulcanici e le scogliere scoscese del Leon Dormido di fronte all’isola di San Cristobal.

Glynn al timone porta Milanto che vola con Zorba, il nostro spinnaker leggero, mentre corriamo al traverso la costa rocciosa dell’isola. Arrivare alle Galapagos a vela è un’esperienza unica. Grazie Nettuno.

Letture in navigazione
Letture in navigazione
Carlo alle prese con la scotta dello spi
Carlo alle prese con la scotta dello spi
Nettuno
Nettuno
Valerio, Glynn e Neal di nuovo nel Pacifico insieme dopo 21 anni
Valerio, Glynn e Neal di nuovo nel Pacifico insieme dopo 21 anni
La lampuga
La lampuga
L’arrivo alle Galapagos
L’arrivo alle Galapagos
Carlo e Giulia in luna di miele
Carlo e Giulia in luna di miele
Milanto al traguardo
Milanto al traguardo
Il comitato di controllo su Milanto perle pratiche doganali
Il comitato di controllo su Milanto perle pratiche doganali
Foche sonnolenti
Foche sonnolenti
Milanto alla fonda
Milanto alla fonda