Il Pacifico ai tempi del virus

Quando siamo salpati l’11 gennaio scorso dall’isola di Santa Lucia credevo nella straordinaria opportunità che la vita mi offriva. Un’opportunità che Valerio (per lui Milanto è casa e lavoro) ed io avevamo lungamente progettato per rendere possibile un sogno che avevamo fin da bambini. Fare il giro del mondo in barca a vela, che avventura meravigliosa! Mi aspettavo di conoscere il mondo circumnavigando il globo a latitudini equatoriali, quindi in qualche modo abbracciarlo in tutta la sua interezza, comprenderne fisicamente e idealmente le dimensioni. Ma quel mondo oggi è cambiato radicalmente e che cosa diventerà nel prossimo futuro non è facile da capire.

Siamo salpati il 4 marzo dalle Galapagos per traversare l’Oceano Pacifico fino alle isole Marchesi. Ci sono voluti 19 giorni di navigazione per compiere 3.000 miglia di un oceano che si è mostrato proprio come riportava Antonio Pigafetta – il vicentino che accompagnò la flotta di Magellano, il primo a “scoprire el paso per il Mare del Sur” – che nella sua Relazione del primo viaggio intorno al mondo scrisse: “Procediamo in un mare liscio, senza la minima increspatura, tanto che Magellano volle chiamarlo Oceano Pacifico”.

Anche per noi il Pacifico si è subito mostrato così. Nei primi giorni abbiamo fatto fatica a navigare verso sud per prendere gli Alisei, i quali non si sono mostrati costanti, ma piuttosto deboli e variabili con brezze da sud, poi sud est fino ad est pieno. Per circa due settimane ci siamo alternati alle manovre cercando di sfruttare ogni refolo di vento con tutte le vele che avevamo a disposizione. La vita di bordo, scandita dai turni delle guardie notturne e dalle attività giornaliere, ha cominciato a rallentare adattandosi al respiro del mare. Oltre a Valerio ed io il nostro equipaggio per questa tratta era composto da Amancio, skipper spagnolo mago della cucina, e Baldem, simpatico tedesco dal sorriso sempre pronto. Spesso ci siamo ritrovati insieme a contemplare tramonti spettacolari, ogni volta diversi, di fronte alla nostra prua che avanzava tagliando le onde e sollevando baffi di schiuma bianca di fronte all’orizzonte che si infiammava di colori, meglio di qualsiasi film al cinema o serie di Netflix. Le notti piene di stelle hanno accompagnato il nostro lento procedere verso ovest, Orione di fronte a noi a indicare la rotta, la Croce del Sud al traverso di sinistra e il Grande Carro basso sull’orizzonte di dritta. All’alba il sole illuminava lo specchio di poppa donando luce a tutte le creature del mare e a noi, così piccoli in mezzo a questa imponente distesa d’acqua, che percepivamo una forza talmente grande che non riuscivamo a comprendere, ma ci sentivamo parte di questo grande miracolo che si ripete ogni giorno. Radioso et bello, diceva Francesco nel suo Cantico; e anche a noi ci viene da chiamarlo fratello nel vederlo spuntare all’orizzonte.

L’Oceano Pacifico è il più grande del pianeta. Più di due volte la grandezza dell’Atlantico, copre quasi un terzo della superficie della Terra. L’attraversamento sembra non finire mai, si perde la dimensione del tempo. Da quanti giorni stiamo navigando, due settimane, un mese, un anno? Le nuvole alte nel cielo si muovono lentamente come vagoni di un treno merci e poi d’un tratto centinaia di pesci volanti che saltano sulle onde come scintillanti frecce d’argento, tutti insieme come in una danza che si para all’improvviso davanti ai miei occhi incantati da tanta bellezza. I giorni si susseguono alle notti, portati dalle onde in un incedere che sembra infinito come in un canto circolare, un raga indiano, un eterno respiro.

Alla terza settimana di navigazione cominciamo ad essere sorpresi da grandi e spesso violenti groppi di nuvole: si preannunciano con improvvise raffiche di vento che scaricano su di noi enormi quantità di acqua. Meglio prepararsi prima del loro arrivo, ridurre la velatura e mettere la barca in sicurezza. Di giorno ne approfitto spesso per fare una doccia offerta gratuitamente dal cielo. Ma la notte fanno paura: il cielo diventa nero e quando t’ingoia il mare s’ingrossa in un attimo e ti vomita addosso vento e pioggia. Sembra di entrare nella bocca dell’orco! Ma tutte le tempeste hanno una fine e questi groppi durano poco, in meno di un’ora torniamo a riveder le stelle. Ameno fino al prossimo groppo, certe notti si susseguono uno dietro l’altro. Dopo due o tre giorni ci si fa l’abitudine e la mattina ci chiediamo rispettivamente quante mani di terzaroli abbiamo preso e quanto ci siamo inzuppati durante la notte.

Arrivare alle isole Marchesi dopo tre settimane di navigazione attraverso il Pacifico è come raggiungere una meta immaginata dalla lettura dei libri di Melville, di Stevenson, dai dipinti di Gauguin. Hiva Oa affiora prima dell’alba, scura nella notte, se ne distinguono solo i contorni dei rilievi montuosi. Poi mano a mano che il sole si alza sull’orizzonte la costa appare come un lungo altipiano disabitato, a picco sul mare, dove scogli sommersi innalzano le onde come fossero colonne d’acqua che fuoriescono dalle profondità della terra. Arriviamo alla baia di Atuona al mattino. Due montagne imponenti dominano l’accesso, la loro vetta è contrassegnata da picchi avvolti dalle nuvole da dove scendono creste boschive che aggettano sulla scogliera di pietra scura dove si frangono le onde dell’oceano.

Appena dato fondo nella baia ci rendiamo subito conto che il mondo è cambiato. Le autorità locali ci intimano via VHF a non avvicinarsi a terra e a sostare alla fonda al di fuori del frangiflutti in attesa di ulteriori indicazioni. Come noi altre barche a vela e qualche catamarano sono all’ancora con la bandiera gialla issata sulle sartie di dritta, il segnale di quarantena. Dopo un primo tentativo di respingimento la gendarmerie ci ha comunicato che a causa delle recenti disposizioni per il contenimento dell’epidemia di Covid 19 non ci era permesso scendere a terra. Sono ormai cinque giorni, al momento in cui scrivo, che ci troviamo in quarantena in questa baia insieme ad una ventina di altre barche. Eppure paradossalmente siamo le persone che meno si sono esposte al contagio: arrivando in ottima salute da tre settimane di navigazione oceanica abbiamo ampiamente superato i termini di quarantena richiesti di quindici giorni. Però comprendiamo anche le esigenze delle autorità dell’isola che si trovano a dover attuare disposizioni che arrivano dal governo di Tahiti, che si trova in difficoltà nel gestire una contagio globale che ha già raggiunto anche la Polinesia Francese con casi che si sono manifestati in alcune isole. Anche la popolazione di Hiva Oa (3.000 persone) è soggetta alla chiusura delle attività e alla reclusione in casa. Col passar dei giorni però vengono attivati alcuni servizi e le autorità competenti si dimostrano gentili ed accoglienti nei confronti delle barche come noi che dondolano in mezzo alla baia di fronte all’isola: veniamo riforniti di pane fresco, uova e verdure; lunedì prossimo potremo fare rifornimento di gasolio, per noi indispensabile per ricaricare le batterie che alimentano gli strumenti di navigazione e le dotazioni elettriche di Milanto. Giorno dopo giorno ci abituiamo a questa realtà di quarantena irreale di fronte ad un’isola dalla natura lussureggiante dove non si sente un rumore, se non quello dei galletti che cantano tutto il giorno. Forse anche loro non capiscono perché la vita si sia fermata e cercano di svegliare l’isola da questo lungo sonno. Non abbiamo connessione internet, possiamo solo saltuariamente attaccarci ad un wifi a terra che ogni tanto riusciamo ad acchiappare per inviare o ricevere brevi messaggi. Ma anche dalle poche notizie che ci arrivano capiamo la drammatica situazione che il mondo sta vivendo: le difficoltà che ognuno sta affrontando nel proprio Paese, nella propria città, l’isolamento in casa, la chiusura delle attività lavorative, l’economia mondiale in ginocchio, le condizioni di abbandono che rischiano le persone più deboli e i Paesi più poveri. Anche da questo isolamento irreale si percepisce la paura scesa sul mondo intero: tutti i porti del Pacifico sono chiusi, la navigazione fra le isole interdetta, tutti i voli sono stati soppressi. Di fronte a me, mentre scrivo a prua sul ponte di Milanto, le altre barche al mio fianco beccheggiano nella risacca. Fra di noi sta nascendo una solidarietà data dal fatto che ci troviamo tutti sulla stessa barca, è proprio il caso di dirlo, non ci sono differenze e siamo tutti pronti a darci una mano a vicenda. Ogni mattina ci sentiamo a rotazione sul VHF per scambiarci informazioni di seguito a quelle che ci vengono fornite giornalmente dalla gendarmerie a terra. Sandra, un’operatrice turistica dell’isola si è messa a disposizione per coordinare l’assistenza alle barche in quarantena e ci tiene aggiornati traducendo in inglese le notizie della gestione della crisi in Polinesia.

La sera al tramonto suono la chitarra e canto canzoni a tutta la baia, ormai Milanto è famosa per questi appuntamenti. Anche i francesi di Marguerite, una barca arrivata dalla Patagonia poche ore dopo di noi, suonano una canzone e ce la dedicano. Questa è già diventata una piccola comunità che si aiuta a vicenda e che attende con pazienza lo sviluppo degli eventi. Una comunità che cerca di condividere la propria voglia di vivere e lo spirito di libertà che anima ogni velista nella necessità di stare insieme, stringere i denti e uscire dalla tempesta. Perché ogni tempesta ha la sua fine e quello che ci aspetta dopo dipende da come avremo vissuto i momenti di maggiore difficoltà. Se li avremo superati insieme, senza chiudere le frontiere e metterci l’uno contro l’altro, allora il futuro sarà migliore e questa crisi diventerà un’opportunità per tutto il genere umano che potrà scoprire nuove priorità nel vivere una solidarietà globale, a partire dalle piccole comunità.

Passata la quarantena vedremo di raggiungere Tahiti, staremo in mare il più possibile aspettando di trovare un posto sicuro dove poter attraccare Milanto. Probabilmente andremo verso ovest, Fiji o Australia. Ma è prematuro dirlo. Faremo un passo dopo l’altro valutando in tutta sicurezza lo sviluppo degli eventi. Per adesso questo piccolo microcosmo in cui viviamo ci dà speranza. La solidarietà, la volontà di superare insieme questo momento, la bellezza della natura che abbiamo intorno ci fanno continuare a sperare e sognare.