L’arcipelago pericoloso

Abbiamo avuto fortuna, poteva andare peggio. Si dice spesso così quando si scampa un pericolo. Quando la tensione cala, si valutano i danni e si capisce che nessuno si è fatto male, tranne qualche sbucciatura. Ma la barca è integra, i danni sono riparabili. Eppure quando nella tempesta di ieri notte, mentre lottavamo all’ancora contro 55 nodi di vento e più di due metri d’onda, abbiamo visto quella barca che andava alla deriva senza governare e in balia della furia del mare scarrocciava verso di noi. Ci sta venendo addosso, attento! Attento! Cazzo ci viene addosso, metti motore e… booom! No cazzo no! Metti motore! Boom! Subito sottocoperta a controllare se ci sono falle! Sù tutti i paglioli! Nessuna falla, niente acqua! Sul bordo di dritta due candelieri si sono piegati come burro, il cancelletto divelto, illumino con la torcia la falchetta che si è deformata nel punto dell’impatto e vedo la vetro resina sbriciolata nella parte superiore dello scafo. Niente falle, la barca ha retto l’urto. Controlliamo di nuovo a prua la cima d’ormeggio legata alla catena in tensione, mentre Valerio continua a tenere Milanto al vento timonando a motore come se stessimo navigando in mare aperto in tempesta. E a un certo punto ci accorgiamo che un’altra barca ha disancorato e viene trascinata dalle onde verso terra. She’s drifting! Sta andando a scogli! In un attimo la vediamo frangere contro la barriera corallina, piegarsi sul fianco con le onde che la sbattono a riva. Un catamarano accanto a noi farà la stessa fine poco dopo: si piega su un bordo, comincia ad arare e lo vediamo indietreggiare fino a riva dove si ferma sbattendo nello stesso punto dell’altra barca. La tempesta è durata due ore e mezzo e ha fatto danni a molte altre imbarcazioni che stavano alla fonda. Oltre a noi, e alle due naufragate a terra: Ariel, l’Hallberg Rassy dei nostri amici Paolo e Cecilia, ha piegato il musone di acciaio di prua; così come Saorsa, un altro Rassy 53 della skipper inglese Pauline, che inoltre ha perso l’ancora e la catena, ma per fortuna è potuta salpare; tutte se la sono vista brutta.

Ma come ci siamo ritrovati in una tempesta del genere? Partiamo dall’inizio. Eravamo tornati nella parte nord della laguna interna di Fakarava, nell’arcipelago delle Tuamotu, dopo aver esplorato il passaggio sud, dove avevamo fatto drifting snorkeling lungo il reef, nuotato con gli squali, visitato una pearl farm e un laboratorio familiare di olio di cocco. Avevamo passato una settimana quasi irreale perché su questa isola prima della pandemia c’erano decine di turisti in vacanza, ma adesso la stavamo vivendo come se il tempo si fosse fermato. L’isola era deserta. Dentro la laguna l’acqua era turchese, limpida, calda, le teste di corallo affioravano dalla sabbia chiarissima. Che meraviglia! Ci sentivamo fortunati, consapevoli di vivere un’esperienza unica e irripetibile.

Tramonto a Rotoava
Tramonto a Rotoava

Dal portolano Guide to navigation in French Polynesia di Patrick Bonnette e Emmanuel Deschamps – ancora un testo base per la navigazione in questa parte del Pacifico – si apprende che i primi navigatori chiamavano le isole Tuamotu “l’arcipelago pericoloso” e che furono scoperte dagli spagnoli agli inizi del ‘600, molto prima delle isole della Società. Probabilmente le baleniere frequentavano questo arcipelago già in quel periodo, ma mantenevano il segreto degli approdi più sicuri e le zone più pescose.

Uno scorcio della costa sud di Fakarava

Ma perché pericolose? Perché si tratta di un gruppo di diversi atolli circondati da insidiose barriere coralline che consentono l’accesso alla laguna interna solo in determinati passaggi, i quali possono essere pericolosi per le forti correnti che si vengono a formare. Oggi ogni navigatore dispone di una strumentazione cartografica molto precisa e attendibile, ma in queste isole non si deve contare ciecamente sui GPS. Talvolta può essere necessario salire sul primo ordine di crocette per scrutare dall’alto la presenza di scogli affioranti o teste di corallo semi sommerse che non sempre sono riportate sulle carte; comunque è raccomandabile attraversare i passaggi di giorno controllando bene a vista i fondali. Inoltre alcuni atolli sono talmente grandi che la laguna è come un mare interno e con forti venti genera un fetch lungo e onde di diversi metri. In questi casi essere all’interno della laguna genera un falso senso di protezione. Qui i groppi di vento possono essere violenti e improvvisi.

Il nostro itinerario verso il pass south

Eravamo tornati a nord, dicevo, perché aspettavamo vento da nord ovest e una giornata di pioggia. Tutti i prospetti meteo che avevamo a disposizione davano vento non superiore ai 15 nodi. Ci aspettavamo di avere un po’ d’onda perché in quel punto non saremo stati perfettamente ridossati, ma comunque eravamo sempre all’interno della laguna! Eppure fin dal giorno prima, quando arrivati di fronte all’abitato di Rotoava avevamo calato l’ancora e 50 metri di catena su un fondo di coralli (quindi insidioso), non eravamo tranquilli. Perché quando sei circondato da un’isola sei come in trappola, se le cose si mettono male sempre meglio mettersi in mare aperto, avere acqua per poter uscire e prendere il mare. Anche la peggiore tempesta puoi gestirla in mezzo al mare, il pericolo è sempre a terra. Comunque le previsioni continuavano a prospettare una perturbazione moderata. Ma nel pomeriggio, mentre eravamo in paese, abbiamo visto il vento cambiare direzione, mettersi da ovest, Milanto disporsi con la poppa verso terra mentre il mare cominciava a montare. Siamo corsi subito in barca e abbiamo controllato il nostro sistema di ancoraggio, le cime sulle bitte di prua, la tensione della catena. In poco meno di un’ora il cielo era diventato nero, forti piovaschi venivano portati dal vento che cresceva sempre di più. Sono già più di 30 nodi, controlla a prua! Il mare sta montando! Guarda che onde! La prua si immergeva totalmente in mare e andare a lavorare sulla catena voleva dire trovarsi con l’acqua fino al bacino quando la barca beccheggiando furiosamente entrava nell’incavo dell’onda. In questi casi la cosa migliore da fare sarebbe stata tirare su l’ancora e allontanarsi dalla riva prendendo il mare. Ma un fondo di corallo può essere insidioso nel salpare un’ancora, che potrebbe incagliarsi e con quelle onde strappare la catena. Un’altra soluzione è quella di gettare tutta la catena a mare, con un parabordo all’estremità. Prendere il largo e tornare in seguito a recuperarla. Ma via il più lontano possibile da terra!

Tutte queste considerazioni le facevamo quando ormai il vento aveva raggiunto i 55 nodi e le onde erano così alte che salpare l’ancora sarebbe stato troppo pericoloso. La catena reggeva bene e Valerio al timone riusciva a tenere la prua al vento alleggerendo la tensione sulle bitte laterali con il motore. Se non fosse stato per la barca che ci è venuta addosso ne saremmo usciti completamente illesi. Ma purtroppo in una situazione del genere può capitare di tutto e siamo felici di sapere che la barca che ci ha urtato si è potuta almeno salvare.

Uno dei resort chiusi per la pandemia

Mi era già capitato anni fa di passare una notte ad una boa d’ormeggio in Croazia con un vento di 60-70 nodi e la costa alle spalle. Avevo giurato che non ci sarei più ricaduto. Anche in quel caso una barca al mio fianco aveva rotto gli ormeggi ed era stata letteralmente catapultata sull’isola. Eppure è accaduto di nuovo. Un episodio del tutto simile a quello. Anche questa volta ne siamo usciti. Abbiamo avuto fortuna. Poteva andare peggio.