Il valore dell’amicizia e i fantasmi delle Fiji

Siamo salpati la mattina di lunedì 6 luglio da Bora Bora, con rotta sulle isole Fiji, in flottiglia di tre imbarcazioni: Milanto, Ariel ed il catamarano Sea Lover. Avevamo valutato a lungo la nostra partenza in funzione di previsioni meteo marine non proprio favorevoli. Questa parte dell’oceano Pacifico è spesso soggetta a venti di forte intensità che possono aggiungersi agli alisei e montare molto mare. In Polinesia li chiamano Mara’amu. Per una tratta come la nostra – circa 1.800 miglia – è quasi impossibile non incontrarli. Hanno il pregio di darci vento in abbondanza per navigare a vela, ma la navigazione può essere impegnativa.

Primo giorno di navigazione

Abbiamo deciso quindi di viaggiare insieme per condurre una navigazione in tutta sicurezza e ci siamo distribuiti per essere almeno tre per barca. Sono quindi salito a bordo di Ariel, il mitico Hallberg Rassy 53 di Paolo e Cecilia Casoni, gli amici di Parma con cui abbiamo navigato fin dall’inizio di questo viaggio. Anche loro, come noi di Milanto, non sono stati raggiunti dagli ospiti che aspettavano in Polinesia a causa del lockdown e sono rimasti da soli a dover compiere la navigazione fino all’Australia dove hanno intenzione di mettere al sicuro la barca e riprendere il viaggio il prossimo anno, secondo il loro progetto iniziale. Così Milanto è salpata con Valerio, Amancio e Mark; Ariel con noi tre e Sea Lover con Daniel, David e Luca, un simpatico sardo proveniente da un equipaggio di un catamarano italiano fermatosi a Tahiti. Sono tante le barche che hanno sospeso i loro progetti di navigazione in attesa di tempi migliori. Qualcuno ha spedito la barca in Europa mettendola su navi che offrono questo costoso servizio; alcuni americani hanno preferito tornare indietro, alle Hawai; molti si sono fermati nei porti di Tahiti. Noi siamo fra i primi ad aver fatto le pratiche di uscita dalla Polinesia dopo il lockdown e a fare rotta sulle Fiji. Purtroppo non abbiamo potuto fare scalo a Tonga, Niue, alle Cook, o a Samoa – come avrebbe previsto il nostro itinerario iniziale – perché ognuna di queste isole è ancora interdetta, non è possibile accedervi. Il governo delle Fiji ha invece aperto le frontiere solo alle imbarcazioni che facendone richiesta seguano un procedimento burocratico piuttosto complesso che prevede anche l’invio di un test per il Covid 19 realizzato prima della partenza.
Siamo salpati nella certezza che tutti i documenti inviati fossero corretti, sperando di poter essere accolti dopo una navigazione non proprio breve. Ed avevamo ragione a dubitare dei venti e del mare di questa parte del Pacifico, perché fin dal secondo giorno si è formato un mare sempre più grosso con onde che dai due metri sono salite a tre, quattro, fino a cinque, montate da un vento di burrasca che ha spesso superato i 40 nodi.

Il mare sta montando

Rispetto alle tempeste dell’Atlantico – ricordo quella che prendemmo Valerio ed io con Milanto di ritorno in Europa nel 2006 – qui quando il mare s’incazza diventa una vera e propria lavatrice: alle onde dell’aliseo da sud est s’incrociano quelle delle basse pressioni che provengono da sud ovest rendendo il mare irregolare. Il risultato è che con ogni andatura portante le onde alzano la poppa e sbandano la barca incessantemente colpendola sul fianco di sinistra. Come essere in una lavatrice, giorno e notte. Si dorme poco addossati ai teli antirollio, riempiendosi di cuscini per muoversi il meno possibile. Ogni oggetto vola se non è ben fissato e anche solo bere un caffè diventa un’impresa di equilibrismo. Eppure anche in queste condizioni Ariel non fa mancare alcune comodità. Ogni due giorni Paolo cuoce pane fresco, mentre Cecilia realizza manicaretti sia a pranzo che a cena.

Certe sere abbiamo mangiato crema di piselli con scaglie di parmigiano e croste di pane croccante accompagnato da vino rosso in bicchieri di vetro e piatti di ceramica. La cena diventa una danza in cui uno solleva il piatto prima dell’onda stringendo un tienti-bene con l’altra mano, mentre il secondo bada ai bicchieri mezzi pieni e il terzo pone la bottiglia nel cestello. E d’improvviso boom! Una bordata che spazza il ponte di Ariel coprendolo di tonnellate d’acqua.

Devo dire che passare attraverso un mare così agitato con un Hallberg Rassy 53 è quasi un piacere, perché questa è una barca che infonde sicurezza in ogni condizione di navigazione. Il pozzetto centrale coperto dal paraspruzzi rigido e da quelli laterali rimane sempre asciutto, all’interno ci si sente come in una “capsula protettiva”, come la chiama Paolo. Il quale è un velista esperto con alle spalle diverse traversate oceaniche e una grande capacità tecnica. Ariel è una gran barca, sicura, comoda e veloce: non si può non innamorarsene. Progettata da German Frers, così come Milanto, ha uno scafo veloce e prestante, niente a paragone dei Rassy di una volta. Voliamo mura a sinistra con genoa tangonato sopravvento e randa con due mani di terzaroli sottovento, l’andatura che chiamiamo abitualmente goose wing.

Genoa tangonato, trinchetta e randa

Paolo mette fuori la trinchetta per raccogliere anche quel canale di vento che andrebbe perduto. Regoliamo le vele secondo la quantità di vento e la notte riduciamo per navigare in sicurezza. In certe occasioni surfando sulle grandi onde che arrivano da poppa abbiamo raggiunto la velocità astronomica di 14 nodi! Anche in questi casi il timone di Ariel è leggero come una piuma e la barca corre dritta sulle onde come su un binario.


I giorni passano velocemente quando hai tanto vento e buona compagnia. Dopo otto giorni di lavatrice, a circa 300 miglia dalle Fiji, il vento comincia a calare sui 20 nodi ed il mare di conseguenza comincia lentamente a calmarsi. Brindiamo a cena per aver passato la linea internazionale del cambio di data, il meridiano di longitudine in cui si salta un giorno a pie’ pari.

Il passaggio del 180 meridiano


Ci sentiamo più vecchi di un giorno, ma anche più felici e ce ne andiamo a letto sereni, sicuri di poter finalmente riposare dopo tante notti difficili. La notte ho il turno dalle 23 alle 2. Leggo un libro che mi appassiona, ogni tanto dormicchio. Poco dopo la mezzanotte gli allarmi degli strumenti di navigazione cominciano a suonare. Vado al timone e cerco di capire perché la barca ha perso la rotta impostata su un angolo al vento. Totale assenza di vento. Siamo passati da 20 a 0 nodi in tre secondi. Mi rimetto in rotta, chiamo Paolo con cui rolliamo le vele e accendiamo motore. Mi rimetto al carteggio e vedo che la carta nel dettaglio segnala un picco che dalla profondità di 3.000 metri arriva a meno di 30 metri sotto il livello del mare. Una specie di vulcano sottomarino. La carta indica mulinelli e forti correnti dovute a questa montagna degli abissi proprio dove stiamo navigando. Come essere nel bel mezzo di un maelstrom! Modifico la rotta per evitare di passare proprio sopra il picco e mi metto a monitorare la navigazione di Ariel. La quale inizia ad essere in preda a un mare che ribolle a causa delle correnti che s’incrociano e generano accelerazioni e repentini rallentamenti. La velocità varia dai 3 ai 7 nodi e la barca sbanda in modo innaturale nella notte nera. A un certo punto si aprono le cataratte del cielo e una pioggia torrenziale tempesta il ponte. Ariel procede lentamente tutta sola in mezzo all’oceano come se passasse in punta di piedi attraverso l’inferno, facendo attenzione a non svegliare i demoni della notte. Eppure a un certo punto mi sembra di sentire delle voci. Non riesco a distinguere le parole, ma sono certo che sono voci quelle che sto ascoltando. Forse Paolo e Cecilia sono svegli. Vado nella loro cabina e li vedo dormire profondamente. Torno al tavolo da carteggio e seguo la rotta. Adesso siamo al traverso del vulcano e le correnti sono ancora più forti. La pioggia cessa tutta d’un colpo, le voci continuano a parlare nel silenzio della notte. Mi sembra di sentire chiamare il nome di una donna: Judith, Judith, Judith… Possibile? Quante volte mi sono trovato in navigazione notturna e sono stato suggestionato da un rumore inatteso o uno strano scricchiolio! Sarà sicuramente così. Eppure le voci ogni tanto ritornano. Paolo mi viene a dare il cambio alle 2 e ci scherziamo sopra. Però la notte non riesco a dormire fin quando non sento che la barca riprende la sua normale andatura. La mattina mi sveglio presto e ripenso a quelle voci. A chi appartenevano? Ai fantasmi dei balenieri, dei pirati, dei marinai caduti in mare? Mi piace lasciare che queste suggestioni costruiscano storie nella mia mente e le racconto a Cecilia mentre prendiamo un caffè. Lei mi guarda e mi dice che anche lei nella notte si è svegliata e ha sentito delle voci. Pensava che fossimo noi due al tavolo da carteggio, ma appena è venuta nel quadrato ha visto che Paolo sonnecchiava al tavolo ed io dormivo nella mia cabina. Suggestione collettiva? Sicuramente. Eppure a me piace pensare che quelle fossero le voci delle anime dei balenieri e dei marinai trattenute dal maelstrom. Ancora oggi, a distanza di giorni, mi si gela il sangue al ricordo di quella voce lontana che chiamava: Judith, Judith, Judith.


La mattina di sabato 18 luglio avvistiamo Viti Levu, l’isola grande del gruppo delle Fiji. Il mare è calmo ed il sole splende sui nostri volti assonnati. Arrivati nella baia di Denarau diamo fondo all’ancora e torno a casa: Milanto mi aspetta dopo quest’avventura che abbiamo vissuto in parallelo. Incredibile che siamo riusciti a navigare fianco a fianco per tutte queste miglia e ad arrivare qui insieme! Sea Lover arriverà un giorno dopo con una preoccupante infiltrazione al timone destro, avrà bisogno di fare cantiere, ma ce l’ha fatta.

Arrivo alle Fiji


Grazie Paolo e Cecilia, ho imparato tanto da voi due in questi giorni. Ho imparato come sentirsi comodi e al sicuro in pieno oceano anche in condizioni difficili, l’attenzione al minimo dettaglio nella regolazione delle vele di Ariel, l’importanza di un piatto ben cucinato anche con 5 metri d’onda, ma soprattutto il valore dell’amicizia di cui mi avete fatto dono. La ricchezza più grande. Non scorderò mai le risate che ci siamo fatti, le notti in cui ci svegliavamo scuotendoci a vicenda per il cambio di guardia, i fantasmi del maelstrom, le balene apparse all’improvviso sul radar in quella notte di pioggia leggera, la felicità nei vostri occhi che ritrovavo ogni mattina a colazione con un caffè che ti rimetteva al mondo, la musica di Cecilia a tutto volume come in discoteca e i suoi esercizi giornalieri in quadrato (80 – 90 – 100!), i cocktail serali di Paolo, le nostre discussioni, i libri letti, i nostri progetti futuri, le confessioni ed i racconti delle nostre vite. Quanta vita abbiamo vissuto in ogni momento di questa splendida navigazione. L’abbiamo vissuta a pieno, cogliendo l’attimo come monaci zen nel monastero di questo oceano magnifico e terribile.

Paolo e Cecilia


Ormai sono tre giorni che siamo fermi in questa baia aspettando di completare i giorni di quarantena. Il ministro della salute delle isole Fiji ha decretato che dobbiamo sottoporci ad un nuovo covid test, quello che abbiamo portato con noi non basta! Se un ministro si scomoda per Milanto significa che siamo veramente fra i primi ad arrivare qui dalla Polinesia.

Milanto alla fonda nella baia di Port Denarauhttps://www.denaraumarina.com/


Effettivamente qui non si vede nessun altra barca e dalla costa non arrivano rumori di vita, però vediamo atterrare qualche aeroplano (per la maggior parte piccoli bimotori) sulla pista del Nadi Aeroport di fronte alla baia; e due simpatici ragazzi della Navy locale si sono avvicinati con un gommone per offrirci il loro supporto. Il paesaggio di fronte è bellissimo: dolci colline coperte da vegetazione scendono al mare, crinali erbosi lasciano il passo a foreste di alberi che coprono i declivi, la costa pianeggiante è ricca di vegetazione e le spiagge sembrano di una sabbia chiara e luminosa. Il clima è più fresco e asciutto, la mattina l’aria è pungente.

La costa dell’isola

A terra vedo alcuni caseggiati e poche costruzioni bianche tra le quali spiccano due grandi hangar dell’aeroporto.
Ne approfittiamo per compiere alcuni lavori di manutenzione – in testa d’albero l’antenna del vhf è stata strappata dalla tempesta – e per riposarci. Leggo “Nei mari del sud” di Stevenson, dove ritrovo tanti luoghi della Polinesia che ho visitato in questi ultimi mesi; mi tornano in mente tante esperienze vissute, volti di persone, tramonti, paesaggi, il mare delle isole e la luce degli atolli. Penso che stiamo vivendo un’avventura simile a quella dei brigantini di una volta, quelli che entravano nelle baie dopo lunghe navigazioni e spesso aspettavano intere settimane prima di ricevere il permesso di scendere a terra. Anche noi come loro viviamo giorno per giorno cercando di portare a termine il nostro viaggio fra le difficoltà del momento, sempre con la meraviglia davanti agli occhi e la malinconia di ciò che abbiamo lasciato dietro di noi. Come il finale del “Grande Gatsby” che continuo a ricordare: “Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato”.