Tra mare e cielo, il lungo viaggio di Milanto dalle isole Fiji a Lombok

Quando siamo partiti agli inizi di gennaio, dall’isola di Saint Lucia nei Caraibi, il nostro giro del mondo doveva essere un sogno da rendere reale insieme a tante persone che avrebbero condiviso con noi una o più tratte all’interno della World Arc. Questo era l’unico modo per affrontare le spese di un viaggio così impegnativo. Molte di queste persone erano amici, altre provenivano dalle conoscenze che Valerio ed io ci siamo fatti negli anni nel mondo della vela, altri ancora ci avevano contattato tramite l’organizzazione inglese. Con l’avvento della pandemia, al nostro arrivo in Polinesia Francese alla fine di marzo, il progetto ha preso una piega totalmente diversa. La World Arc è stata sospesa, i compagni che avevamo a bordo sono stati gradualmente rimpatriati, alcuni che erano riusciti a raggiungerci poco prima del lockdown in Polinesia sono stati bloccati appena atterrati in aeroporto a Papeete. Per noi è cominciato un nuovo viaggio: un lungo ritorno a casa. Una vera e propria Odissea perché le frontiere degli stati del Pacifico sono chiuse e le imbarcazioni che arrivano dal mare non vengono accolte, talvolta addirittura respinte. Quasi tutte le altre barche in viaggio verso ovest si sono fermate, trovando rifugio chi in Polinesia, chi alle Fiji. Alcuni si sono sobbarcati l’oneroso trasporto via nave della propria imbarcazione nel loro paese di origine. Gli oceani si sono vuotati di un gran numero di barche a vela che ogni anno li attraversano lungo la rotta degli alisei.

Luna piena al tramonto in navigazione verso l’Australia

Perché Milanto ha proseguito il suo viaggio? Per diverse ragioni: la prima perché abbiamo ancora a bordo uno skipper spagnolo deciso a continuare il giro del mondo; in secondo luogo perché altri amici sono determinati a raggiungerci per realizzare il loro sogno da tempo programmato; poi perché sinceramente pensavamo che i problemi del contagio da Covid si risolvessero prima o poi; infine per l’incertezza che avevamo nel prendere la decisione di lasciare Milanto in un porto del Pacifico, senza sapere quando poter tornare a prenderla a causa delle frontiere chiuse e con il rischio degli uragani invernali che a queste latitudini possono essere devastanti. Ma soprattutto perché se ci fossimo fermati, il nostro sogno – condiviso con tutte quelle persone che come noi continuano ancora a crederci – sarebbe finito.

Consapevoli delle difficoltà cui andavamo incontro – non solo per le molte spese di viaggio, ma anche per la navigazione che sarebbe diventata più impegnativa con equipaggio ridotto e senza la possibilità di fare scalo nei paesi che hanno chiuso le frontiere – abbiamo deciso di andare avanti; nella convinzione di riuscire a compiere questa lunga avventura anche in questi tempi di contagio e nella speranza di una prossima apertura dei voli internazionali che permetta ai nostri compagni di viaggio di raggiungerci.

Malawaki Bay, isole Yasawa, Fiji

E’ così che salpiamo da Malawaki Bay – uno specchio di mare incontaminato circondato da una costa montuosa ricca di vegetazione, nell’arcipelago delle Yasawa, alle isole Fiji – la mattina di domenica 16 agosto con prua ad ovest. Navighiamo di solo genova a 5-6 nodi con un vento portante che ci spinge su onde brillanti sotto i raggi del sole. Issiamo la randa e tangoniamo il genova solo il giorno seguente, quando ormai siamo in oceano aperto e gli alisei cominciano a spirare costanti. Gettiamo il nostro rapala e in poche ore riusciamo a pescare un tonno che sarà la base di tre cene nei giorni seguenti. Il martedì abbiamo una notte impegnativa per i continui cambi di vento che ci portano a manovrare costantemente, addirittura bolinando su entrambi i bordi. Arriviamo al mattino stanchi morti quando il vento si dispone al traverso, il mare si distende, il cielo è sereno e possiamo riposarci un po’. Durante queste lunghe giornate di navigazione leggo molto. Ho diversi libri che ho scaricato su kindle, soprattutto quel tipo di letteratura che normalmente lascio da parte per mancanza di tempo o per mille motivi legati alla vita di tutti i giorni e alle esigenze lavorative: la più recente narrativa italiana e americana, qualche lacuna che da tempo volevo colmare, qualcosa in lingua originale per perfezionare il mio inglese scritto. Spesso il pomeriggio suono qualche canzone alla chitarra mettendomi a prua, il mio palcoscenico per un concerto dedicato ai pesci del mare. La notte mi capita di scrivere di nuovi progetti, nuove idee, o di ascoltare musica in cuffia (la compilation fenomenale degli amici di Controradio!), mentre faccio i miei turni di guardia seduto in pozzetto sotto un cielo che sembra un mantello di stelle, come negli affreschi di Giotto agli Scrovegni. Certe notti prive di luna non conto più le stelle cadenti che vedo sfrecciare sopra i miei occhi e ad ognuna riservo sempre il solito desiderio.

I nostri turni di guardia per questa navigazione

Sabato 22 in pieno giorno mentre navighiamo allegramente a 7 nodi con vento fresco la nostra lenza viene strappata brutalmente da chissà quale mostro del mare, addirittura si rompe il cicalino della canna, costringendoci a continuare a pescare tramite una lunga cimetta attaccata alla lenza, la quale arrivando sotto coperta è legata ad un boccaglio che parte a razzo su per le scalette d’uscita quando il pesce abbocca. Con questo sistema improvvisato riusciremo a pescare due wahoo, non proprio buonissimi (abbiamo provato a cucinarli in tutte le salse), ma per noi importanti fonti di proteine.

La costa di una delle isole Vanuatu

Nei giorni che seguono passiamo in mezzo all’arcipelago delle isole Vanuatu con la tristezza di non poterci fermare a visitarle, perché interdette dal governo locale a tutte le imbarcazioni a causa delle restrizioni della pandemia. Non vediamo nessuno sulle coste verdissime e selvagge. Solo un peschereccio rugginoso che avvistiamo col binocolo ci passa a distanza di qualche miglio; non è presente neanche sull’AIS, il sistema di segnalazione satellitare che hanno tutte le barche che navigano in mare aperto. Proseguendo verso la costa meridionale della Papua Nuova Guinea avvistiamo sul nostro computer di bordo diversi segnali AIS fermi in mezzo all’oceano, non sono navi, ma segnali di localizzazione che probabilmente servono pescherecci cinesi, o forse sono boe che forniscono informazioni meteorologiche. Ma come fanno a stare lì immobili con un fondo di 4.000 metri?

In navigazione verso la Papua Nuova Guinea

Il vento è aumentato e anche il mare si è fatto più grosso. Ormai navighiamo con più di 20 nodi di poppa e onde che superano i due metri. Le previsioni più aggiornate danno un aumento sostanziale fino a 35 nodi lungo la rotta che stiamo seguendo. Dobbiamo prendere delle decisioni considerando diverse variabili: le frontiere australiane chiuse che non ci consentono di poterci fermare per una tappa intermedia; così anche per Port Moresby in Papua Nuova Guinea, le cui coste inoltre sono a rischio di pirateria. Decidiamo di tirare dritto e stringere i denti fino all’imboccatura nord dello Stretto di Torres, a Bramble Cay. Così ci suggerisce anche Bob, il nostro router australiano che ci fornisce modelli meteo personalizzati.

In navigazione verso lo Stretto di Torres

La giornata di mercoledì 26 agosto inizia con una serie di groppi che ci rovesciano addosso secchiate di pioggia. Il vento rinforza e nel giro di pochi minuti cresce fino a 50 nodi, mare forza 8: un fronte freddo non previsto sta passando sopra di noi e scarica tutta la sua violenza sul tratto di mare che stiamo attraversando. Le onde diventano muri d’acqua e il vento ululando spazza i frangenti creando degli scrosci orizzontali che sferzano le nostre cerate mentre lottiamo per ridurre la velatura ammainando del tutto la randa e lasciando solo un fazzoletto di fiocco con cui riusciamo a timonare tenendo la barca dritta nell’incavo delle onde. In questi casi il rischio maggiore che dobbiamo evitare è che la barca si traversi e venga ribaltata rollando di lato. Per fortuna il fronte passa in fretta lasciandoci i soliti 30 nodi con un mare ancora molto formato, ma di gran lunga più gestibile.

Cominciamo a prendere in considerazione di salire più a ridosso della costa della Papua Nuova Guinea dove il vento sembra diminuire e il mare trovare un minimo di ridosso. Per fortuna il sole ci accompagna nei giorni seguenti e navigare con mare forza 7 diventa quasi un abitudine nella vita quotidiana della barca dove tutto si muove come dentro una lavatrice. Timonare è emozionante mentre le onde si frangono sotto lo scafo che surfa a velocità da regata. La notte vengo preso da una strana euforia, sicuramente complice l’adrenalina che non ti fa sentire la stanchezza, e mi metto a cantare nell’oscurità di fronte al nulla, come un moto di liberazione da tutti i problemi che la pandemia ci ha portato. Mi ricordo gli amici più cari con cui da anni vado in barca a vela, con i quali ci mettiamo a cantare a squarciagola in mezzo al mare, la nostra preghiera laica, il patto della nostra amicizia. Cosa darei per averli qui adesso con me a gridare al cielo la nostra voglia di vivere!

Tramonto a Red Scar Bay

Sabato 29 agosto superiamo Port Moresby e raggiungiamo una baia dal nome piratesco di Red Scar Bay. Abbiamo bisogno di sostare qualche ora in un luogo riparato dalle onde, dietro un isolotto, così da poter svolgere alcuni lavori di manutenzione. Salgo in testa d’albero al tramonto per liberare una cima e mi ritrovo come Ciaula, il ragazzino delle novelle di Pirandello che scopre la luna uscendo allo scoperto dalla miniera. Il cielo immenso s’infiamma mentre ondeggio come un pendolo sottosopra e mi viene quasi da piangere dalla bellezza che mi si para davanti agli occhi. La costa è deserta e selvaggia, vediamo la foce di un fiume e ci sembra di essere come quei brigantini del passato che si fermavano in baie sconosciute per fare “l’acquata”, cioè il carico di acqua fresca. Ceniamo con un filetto di wahoo a testa e ripartiamo per traversare il Golfo di Papua con rotta sullo stretto di Torres.

Navigazione nel Great North East Channel dello Stretto di Torres

Entriamo nello stretto dall’ingresso del Great North East Channel alle 4 del mattino di lunedì 31 agosto preparandoci a ridurre le vele per quando dovremo scendere di bolina il Coral Sea, l’insidioso mare turchese dai bassi fondali che sta all’interno della Grande Barriera Corallina lungo la costa del Queensland in Australia. Dal momento in cui cominciamo ad orzare le onde si rompono al mascone e spazzano tutta la tuga con tonnellate d’acqua che ci bagna come se ci fossimo tuffati ogni volta a mare. Risaliamo un vento di 30 nodi scendendo a sud ovest con tre mani alla randa e un po’ di genova. Milanto tiene sicura la sua bolina correndo dritta mentre la prua beccheggia sulle onde. Al tramonto mi trovo al timone mentre un sole grande, grandissimo, s’immerge nel mare come un inchino, una genuflessione. E mi viene da pensare che abbiamo appena lasciato l’oceano Pacifico – dove abbiamo navigato in questi ultimi mesi, così strani e difficili per il mondo intero – per entrare nell’Indiano: il passaggio di valico tra due insiemi di culture e di civiltà diverse, segnato da un sole luminoso che maestoso si spegne ad occidente verso l’Asia come il sorriso di un Buddha. La notte possiamo finalmente poggiare e immetterci nel Prince of Wales Channel per sfociare all’alba fuori dallo stretto nel Mar di Arafura, prodigo di una corrente a favore che culla Milanto ripagandola di aver retto di fronte ad ogni avversità fin ora incontrata. Il giorno dopo un bel sole e una brezza sostenuta di poppa ci consentono di asciugare le nostre cerate inzuppate di acqua e salsedine, di rimettere in senso la barca e di fare rotta verso l’Indonesia.

Il tramonto dell’Asia

Prima di partire dalle Fiji avevamo valutato di fare una sosta di passaggio a Darwin, nei territori del nord dell’Australia, per poterci rifornire di viveri e di carburante. Una semplice sosta di transito – dopo circa 2.500 miglia di oceano – che avevamo richiesto al Department of Home Affairs del governo australiano tramite l’ambasciata italiana a Cranberra. La quale si era prodigata nel favorire questa nostra domanda attraverso un lungo iter burocratico fatto di diverse formalità da espletare e numerosi contatti telefonici. Siamo partiti quindi con l’accordo di ricevere una risposta positiva dalle autorità australiane durante il nostro viaggio sulla mail satellitare di Milanto. Purtroppo non è stato così, abbiamo ricevuto anzi la richiesta di compilazione di altri ulteriori formulari impossibili per noi da inviare con la connessione del satellitare. Ci è sembrato di capire che l’Australia voglia scoraggiare in tutti i modi l’atterraggio di barche straniere sulle proprie coste. Così sta facendo anche la Nuova Zelanda, come del resto la gran parte degli altri staterelli del Pacifico. Eppure noi che veniamo da territori covid free, come le Fiji, e da settimane di quarantena, navigando in mezzo al mare, siamo di sicuro le persone più “sane”. Anzi siamo noi che paradossalmente dovremmo essere impauriti ogni volta che atterriamo in un territorio contagiato. In ogni caso respingere una barca che ha navigato per migliaia di miglia in oceano, costringendola ad affrontare una navigazione più lunga e decisamente più rischiosa è un provvedimento che non ci piace. Ritrovarsi a vivere questa esperienza è frustrante ed è molto triste toccare con mano la paura di una grande nazione che sbarra tutte le frontiere e si chiude a riccio incurante della prima fondamentale legge del mare: quella di accogliere chi viene da lontano, bisognoso di assistenza dopo un lungo viaggio.

Fuori dallo Stretto nel Mar di Arafura

Martedì 1 settembre facciamo un rapido conto dei viveri rimasti e del carburante che abbiamo consumato, sono ormai due settimane che siamo in alto mare. Ce la possiamo fare: decidiamo di bypassare l’Australia e fare rotta diretta sull’Indonesia. La Marina del Ray a Lombok, l’isola di fianco a Bali, ci ha comunicato il permesso di attraccare. Le previsioni meteo si prospettano buone e dovremmo aver vento a sufficienza per arrivare a destinazione in circa 10 giorni di navigazione. Ci rimettiamo a pescare nella speranza di prendere un bel tonno, ma invano. Invece notiamo una nutrita presenza di vari uccelli di mare. Si erano già palesati fin dallo Stretto di Torres – questi territori sono ricchi di una fauna selvatica, le coste sono infestate dai coccodrilli e nel mare si trovano alcune delle specie più pericolose del pianeta, come la famosa medusa box il cui contatto può essere letale – ma adesso questa avifauna sembra interessarsi particolarmente alla nostra barca: alcuni grandi volatili avevano passato la notte sul ponte di Milanto per scroccare alcune miglia. Capita spesso in oceano e ormai siamo abituati a fare amicizia con qualche nuovo passeggero che talvolta rimane anche per alcuni giorni di seguito appollaiato al castello di prua. Ma qui nel Mar di Arafura abbiamo vissuto un’esperienza diversa, a tratti inquietante. Giorno dopo giorno la presenza di questi uccelli si è fatta sempre più numerosa e fastidiosa, una notte ne abbiamo contati più di una decina sulle crocette, sul ponte, sul boma, in pozzetto, ovunque. E ovunque hanno lasciato escrementi in abbondanza! La mattina è uno schifo, impieghiamo ore a pulire lo scempio di quest’orda volante. Ormai anche durante il giorno siamo presi di mira: uno si poggia sul radar, proprio sopra di me che leggo tranquillo al timone, e mi caca su una spalla! Maledetto! -gli urlo brandendo il pugno in aria – Ma con tutto il mare che c’è proprio qui la devi venire a fare! Alla terza notte, esasperati dagli affronti dei terribili pennuti, abbiamo iniziato la lotta. Armati di un lungo mezzo marinaio cerchiamo di impedire i loro atterraggi. Mi sono visto come Fineo tormentato dalle arpie nella pittura vascolare dell’antica Grecia sulle rappresentazioni della saga degli Argonauti! Questi uccelli non hanno paura di nulla e si avvicinano all’uomo con coraggio e strafottenza emettendo stridule grida di affronto. Ma a un certo punto siamo riusciti ad allontanarli e il giorno dopo non si sono fatti più vedere. Però Coleridge insegna che litigare con gli uccelli in mare non porta buona sorte. E così a un certo punto, inspiegabilmente, il nostro pilota automatico ha smesso di funzionare. Sicuramente l’età dell’apparecchio, ma ci sono voluti un giorno e mezzo per rimetterlo in sesto, mentre gli uccelli passavano di tanto in tanto sopra la nostre teste gracchiando la loro maledizione. In mare si diventa tutti un po’ scaramantici. Così quando avvistiamo branchi di delfini, sappiamo che portano brutto tempo; si proibisce di fischiare mentre si naviga, perché chiama tempesta; non si cambia nome alle barche, che porta sfortuna. Ce ne sono mille di superstizioni che ancora oggi sopravvivono nella cultura marinara. Adesso sappiamo anche quella degli uccelli del Mar di Arafura. Lasciateli depositare i loro escrementi sulla vostra barca, prima o poi la smetteranno. Questo è il pegno da pagare per passare indenni dal loro regno! Che ci crediate o meno dal momento in cui sono scomparsi il nostro autopilota ha ripreso a funzionare ed io ho mentalmente ringraziato i pennuti.

Uno dei terribili pennuti

Sabato 5 settembre entriamo nel Mar di Timor e continuiamo a fare vela con bel tempo e una brezza di vento che va a calare progressivamente. La notte Marte splende sopra una luna appena calante e sembra accompagnare benevolo il nostro tragitto. Domenica 6 settembre il vento cala ancora e ci costringe a procedere con un po’ di propulsione a motore. La notte avvistiamo qualche peschereccio che non compare sull’AIS. Sembra che l’uso dei pescatori di Timor sia quello di attivare il sistema di riconoscimento solo nel caso si prospetti una collisione. Capita spesso quindi di veder apparire dal nulla, sul computer di bordo, pescherecci le cui luci di posizione abbiamo già individuato a poche miglia scrutando ad occhio nella notte.

Tramonto nel mare di Timor

Proseguiamo lentamente con poco vento, cercando di prendere ogni refolo possibile e mettendo motore quando scendiamo sotto i 5 nodi di velocità. I giorni si susseguono pigri e assolati, terminando sempre con lo spettacolo serale di meravigliosi tramonti di fronte alla nostra prua. Ci dedichiamo a turno alla cucina con le ultime riserve di cibo. Faccio il pane, cucino legumi e risotti; mentre Amancio prepara prelibati piatti della cucina spagnola e Valerio attinge dal suo prezioso libro di ricette di bordo. Peschiamo un tonnetto che mettiamo in forno con patate. Una vera delizia che mi fa fortemente desiderare un bicchiere di vino bianco. Su Milanto siamo alcool free durante la navigazione, un modo per stare più lucidi, lo usiamo anche come periodo di detox e ormai ci siamo abituati.

L’alba in rotta verso Lombok, Indonesia

Gli ultimi giorni ci consentono di far volare lo spinnaker e ci dirigiamo veloci verso il destino, come si usa dire in mare. Dopo tutto questo tempo senza notizie non sappiamo cosa ci aspetta a Lombok. Il mondo sarà ancora come l’abbiamo lasciato? Potremmo viaggiare liberi in Indonesia o ci saranno restrizioni? E in Europa, a casa nostra, cosa sta accadendo? Le coste dell’isola si presentano montuose e brulle con scogliere che si tuffano in mare e isolotti rocciosi che affiorano come sentinelle di guardia. Entrando nella baia il pomeriggio di venerdì 11 settembre vediamo diverse pearl farms che dobbiamo aggirare per raggiungere la Marina del Ray, dove prendiamo una boa d’ormeggio e issiamo bandiera gialla in attesa di fare dogana con le autorità locali. Abbiamo navigato ininterrottamente per 26 giorni lungo più di 3.700 miglia marine e provo quella strana sensazione di felicità, stanchezza e un po’ di malinconia che affiora sempre alla fine di un lungo viaggio. Il sole cala alle nostre spalle e dai minareti si sovrappongono i canti e le preghiere dei muezzin. Rimango ad ascoltarli guardando le stelle. Domani scenderemo a terra e inizierà una nuova avventura.

La costa sud di Lombok
L’itinerario di Milanto tracciato da Yellow Brick