Per aspera ad astra, la traversata dell’oceano Indiano

C’è un passo nel Richiamo della foresta di Jack London che mi ha sempre colpito: “C’è un’estasi che segna il culmine della vita, oltre la quale la vita non può più andare. Ed è il paradosso del vivere, perché quell’estasi viene quando la vita è al massimo, ma porta con sé l’assoluta dimenticanza di essere vivi. Quest’estate, questa dimenticanza della vita è dell’artista che si trasfigura, s’infiamma, si trascende; è del soldato imbestialito che in campo aperto si rifiuta di dar tregua”. Ed è anche del marinaio – potrei continuare – che lotta al timone sopra onde che sembrano montagne e innalzano la prua fino alla cima per ridiscendere surfando nell’incavo acquistando velocità e immergendosi nell’onda successiva, mentre frangenti di schiuma bianca si rompono ai bordi e la pioggia e il vento sferzano la nuca. Ecco anche in questo caso si prova quell’estasi. Questo è uno dei motivi per cui continuiamo a navigare in oceani così lunghi che sembra non finiscano mai, passando giorni in continuo movimento, come dentro ad un pendolo. È un ritorno alle nostre origini primordiali, quando l’uomo aveva l’istinto di guardare vigile e all’erta gli elementi che lo circondavano. Basta poco in navigazione per abbandonare le nostre consuete comodità della vita quotidiana e far emergere questo istinto atavico: abituarsi ad un ambiente ostile e sempre in movimento; alla rotazione dei turni di notte e a consumare il minimo indispensabile quantitativo di acqua dolce; abituarsi a timonare per ore in ogni condizione meteo; lavorare costantemente alla regolazione delle vele per mantenere una buona andatura, veloce e sicura; conservare in buone condizioni l’attrezzatura su cui si basa la nostra sopravvivenza; imparare a leggere le perturbazioni del cielo e prepararsi a reggere l’urto di fenomeni meteorologici imprevisti; imparare dai propri errori e da quelli degli altri; saper affrontare le difficoltà e i pericoli senza perdere la concentrazione. E poi gioire delle piccole cose, gustare il cibo che ognuno a turno è chiamato a cucinare, farsi un bicchierino di ti’ punch al tramonto, stupirsi per un guizzo acrobatico di un delfino, leggere una poesia sotto la luna, cantare una canzone che ti torna in mente, condividere una riflessione sulla vita e sul mondo, abbandonarsi a una risata liberatoria. Ed infine imparare la tolleranza nel relazionarsi con gli altri membri dell’equipaggio, spesso composto da persone diverse tra loro, obbligate a convivere in ambienti ristretti e in condizioni di stress dopo settimane in mare.

Ti’ punch al tramonto

Non mi dilungo neanche sui vantaggi di un totale digital detox che si vive in oceano, dove l’unica connessione è quella satellitare che ci consente di scaricare i meteo marini: finalmente liberi da social network, chat di whatsapp, bombardamento mediatico. Ogni mattina gli unici like che contiamo sono i pesci volanti depositati nella notte sul ponte di Milanto!

Nuvole nell’oceano Indiano

Tutto questo si esprime in un concetto non troppo lontano da alcune pratiche di meditazione buddhista: tornare a noi stessi per essere consapevoli di sé e dell’ambiente che ci circonda. E in effetti questa navigazione è stata un po’ come una meditazione o, se volete, come un percorso introspettivo.

Pescatori nel mar di Bali

Siamo partiti da Lombok, Indonesia, venerdì 25 settembre (contravvenendo alla regola che di Venere e di Marte non si sposa né si parte) con un bel vento fresco che ci ha fatto bolinare per uscire dal mar di Bali per immetterci in oceano aperto. Di fronte a noi si apriva tutto l’Indiano da traversare in un’unica lunga tratta di circa 3.700 miglia. Avevamo scorte di viveri per tre persone per più di un mese e sapevamo che ci aspettava una navigazione impegnativa. I primi giorni abbiamo avuto onde al traverso che sono montate fino a raggiungere un picco di 4 metri. Veramente fastidiose, perché con un periodo piuttosto corto per essere in oceano. La navigazione diventa un rollio estremo e qualsiasi attività deve essere svolta tenendosi ben saldi con una mano per non cadere o far cadere oggetti. Cucinare per esempio diventa una danza cui far molta attenzione per non farsi del male con acqua bollente o pentole arroventate. Avendo deciso di scendere a sud il più possibile, per poter poggiare quando le condizioni si fossero fatte più dure, abbiamo fatto più strada; ma è servito, perché quando il mare è montato, spinto da oltre 30 nodi di vento, abbiamo potuto prenderlo di poppa con vele disposte goose wing, cioè tangonando il genova sopravvento. Malgrado le nostre strategie è stata una navigazione logorante, soprattutto dal punto di vista psicologico. Il genova si è strappato a metà, uno squarcio troppo esteso per essere riparato. Abbiamo dovuto attendere che il vento calasse un po’ per poterlo sostituire con quello nuovo di rispetto, più piccolo ma più robusto. Inoltre abbiamo lottato fin dall’inizio con una nuova avaria all’auto pilota che ci ha costretto a passare diversi giorni a lavorare negli angusti spazi della timoneria di poppa nel tentativo di ripararlo. Fino a quando non si è rotto definitivamente obbligando ciascuno di noi tre a timonare a rotazione con turni di due ore per più di una settimana. Poi ci sono stati diversi temporali che per giorni hanno scaricato tonnellate di acqua su Milanto e sullo sfortunato di turno che si trovava al timone. Insomma tanti problemi che si sommavano ad un mare che nelle prime due settimane è stato veramente faticoso e la temperatura che scendeva ogni giorno di più, mano a mano che ci avvicinavamo alla primavera australe di queste latitudini.

Milanto sotto spinnaker

C’era di che scoraggiarsi a un certo punto, quando ancora avevamo di fronte più di mille miglia da fare al timone e la pioggia ti bagnava fin dentro l’anima. Ma nelle difficoltà abbiamo trovato la bellezza. Nelle notti stellate era bellissimo timonare seguendo la costellazione dello Scorpione a prua e vedere Marte a poppa sorgere basso alla sera come a proteggere il nostro lento avanzare. Eravamo stanchi, ma concentrati su quello che stava accadendo nel momento presente, consapevoli che difficoltà e bellezza non sono antitetiche, anzi che “le cose belle sono difficili”, come dice un antico proverbio.

Dopo giorni passati al timone, la ruota diventa come un’estensione naturale del proprio corpo. Soprattutto di notte, orientandosi con le stelle, la navigazione con lo spinnaker diventa come una danza nel cielo, come se lo scafo si staccasse dalla superficie del mare e si librasse fra le costellazioni. Almeno fin quando un collasso dello spi ti riporta alla realtà! Ma che vaghezza, quanta poesia in quegli attimi in cui ti senti come un viaggiatore solitario fra i pianeti e le costellazioni.

Tramonto al timone

Gli ultimi due giorni il vento è calato, mantenendo intensità e direzione discontinue. Un vero strazio che ci portava a procedere lentamente, facendo continuamente volare lo spi, ammainandolo poco dopo per mettere motore. Mentre navigavamo al mattino al largo delle isole di Rodrigues e Port Louis (Mauritius), con rotta sul lato settentrionale di Reunion, abbiamo avvistato tre balene al traverso di sinistra. Le vedevamo avanzare placide sulla superficie del mare alzando spruzzi dal dorso. Non potevamo aspettarci un benvenuto migliore di questo.

Il nostro arrivo a Reunion all’alba di sabato 17 ottobre

Entriamo dentro il porto stanchi morti la mattina di sabato 17 ottobre. Valerio dice: “Tutto quello che vuoi è al di là della paura”. E in effetti questo viaggio ci ha resi ancora più consapevoli che se riesci a tenere duro nelle difficoltà e a vincere le tue paure, puoi raggiungere le stelle.