Alla fine del continente africano

Sono già passati più di due mesi da quando siamo atterrati in Sud Africa e non ho scritto una riga per questo blog. Sono stati mesi in cui abbiamo vissuto molto intensamente: facendo esperienze, conoscendo nuovi amici, lavorando su Milanto, viaggiando lungo costa e all’interno di questo paese bellissimo che sembra posto ai confini del mondo. E in qualche modo lo è, non solo perché qui termina il continente africano, ma anche perché è un luogo che ha un valore simbolico finale per la storia della navigazione. Il Capo di Buona Speranza – insieme al Capo di Agulhas, quello più a sud di tutto il continente, dove s’incontrano gli oceani Indiano e Atlantico – sono i punti di riferimento di un passaggio che nei secoli è stato sempre visto come una sfida per l’essere umano. Dal primo portoghese che riuscì a raggiungerlo, Bartolomeo Diaz, a Vasco Da Gama che lo doppiò e tutti i navigatori che seguirono l’apertura della sua rotta per le Indie, questo è sempre stato un passaggio difficile e pieno di insidie. Non è un caso che Diaz lo nominasse Capo delle Tempeste e in seguito Giovanni II, re del Portogallo, lo ribattezzò di Buona Speranza come augurio alle navi che facevano rotta su Goa. Di fronte alla costa, il cui orizzonte si perde in direzione dei ghiacci dell’Antartide, si trovano diversi relitti e ancor oggi ogni tanto si rinvengono oggetti portati dal mare provenienti dai naufragi del passato. L’acqua è fredda a queste latitudini e il vento che soffia forte da sud est alza onde che percorrono migliaia di miglia fino a frangersi sulla costa rocciosa del continente africano.

Capo di Buona Speranza visto da terra

La catena montuosa dei Dodici Apostoli e Table Mountain, che protegge Cape Town dalle tempeste meridionali, sembrano baluardi rocciosi posti a difesa della città. Ed è impressionante vedere la nebbia che in certi giorni avanza dall’oceano come un esercito di fantasmi e nel giro di un’ora avvolge la costa e sale sulle montagne. Così come è straordinario vedere le nuvole che scendono da Table Mountain coprendo l’altipiano come una tovaglia di vapore candido. Così la chiamano i capetowners, the tablecloth.

La tovaglia su Table mountain

Siamo approdati in Sud Africa da Richards Bay, al confine nord orientale del Paese, il 14 novembre del 2020 e mi sembra sia passato un secolo. La costa ci è apparsa in un mattino di sole: una distesa di dune di sabbia coperte da una bassa vegetazione che arriva fino al mare. Navigando veloci, spinti dalla corrente di Agulahs, siamo entrati sparati nella baia dirigendoci verso il Tuzi Gazi Waterfront dove ci siamo ormeggiati nell’attesa di svolgere le pratiche d’ingresso. Questo è il territorio degli Zulu, il gruppo etnico africano più importante del paese. Al nostro arrivo alcune ragazze stavano festeggiando un compleanno e si divertivano a farsi fotografare sulla banchina di fronte a Milanto.

Il nostro arrivo a Richards Bay

Nei giorni seguenti siamo andati ad esplorare l’entroterra. Nel parco nazionale di Hluhluwe – Imfolozi ogni giorno facevamo due uscite, una all’alba l’altra nel pomeriggio fino al tramonto, accompagnati dai ranger del parco con un fuoristrada allestito per i safari. Qui vivono in libertà rinoceronti, branchi di zebre e di antilopi, impala, leoni, giaguari, elefanti, giraffe, kudu, facoceri e molti altri animali. In particolare il parco è noto per ospitare la più grande popolazione di rinoceronti bianchi che vengono protetti dal rischio di estinzione. Non mi dimenticherò mai quando all’alba ci siamo trovati a pochi metri da un branco di elefanti che facevano colazione nel bush o dall’incontro ravvicinato con una famiglia di enormi rinoceronti.

Un branco di zebre nel bush

Anche qui – come in tutti gli altri paesi che abbiamo visitato dall’inizio della pandemia – ci è capitato di vivere una condizione di viaggio irreale a causa della totale assenza di turisti. Eravamo gli unici visitatori del parco e la sera rientravamo in uno splendido resort affacciato sulle colline dove eravamo i soli ospiti. Da una grande terrazza vedevo sorgere la luna, guardavo le stelle nel silenzio della notte e stavo in ascolto nell’attesa di sentire il richiamo di un animale lontano. Nella regione dello Zululand le finalità dei parchi sono rivolte non solo alla conservazione e protezione degli animali, ma anche all’educazione e al turismo. Vedere da vicino questi animali fa uno strano effetto di stupore, armonia, maestosità e bellezza, insieme alla consapevolezza di vivere in un mondo sempre più in pericolo.

Un magnifico esemplare di rinoceronte

Nei parchi nazionali i ranger rischiano ancora la vita a causa del bracconaggio ( nei mesi di lockdown il fenomeno è incrementato proprio per la minor frequentazione turistica) e il riscaldamento globale sta cambiando irrimediabilmente l’habitat di molti animali. La stagione delle piogge si è allungata creando alluvioni mai visti prima e si alterna con improvvise siccità, il clima sembra essere impazzito. Capita sempre più spesso che i tifoni provenienti dal Mozambico portino allagamenti nel Kruger Park. Inoltre i parchi nazionali, così come le game reserve private, pur essendo porzioni di territorio molto vaste, sono comunque luoghi di reclusione che limitano o impediscono la migrazione di molti animali. Soprattutto gli elefanti, che hanno una memoria storica, si trovano disorientati ed è capitato che alcuni branchi usciti dal Kruger, seguendo il profumo della maturazione degli aranci o della canna da zucchero, siano entrati nella città di Maputo seguendo l’antico cammino di migrazione. Un altro problema è quello dell’ inbreeding, ovvero della consanguineità degli animali che all’interno di un territorio recluso – seppur vasto – si riproducono fra di loro. Questo genera un abbassamento delle difese immunitarie e sviluppa malattie come la tubercolosi; malattie che poi vengono passate agli altri animali attraverso la catena alimentare.

La colazione degli elefanti

Quali cambiamenti subiranno le speci animali africane? Riusciremo ancora a contenere l’estinzione di quelle a rischio? Sono domande che mi sono posto nel visitare – anch’io da turista, quindi come tutti noi parte del problema – questa bellissima terra. Eppure il turismo è oggi la prima risorsa economica del Sud Africa, più dell’industria dei diamanti e dell’oro. Come si potrà conciliare il rispetto dell’ambiente con le esigenze di sviluppo di un paese di quasi 60 milioni di abitanti?

Il pasto di un leone

Dallo Zululand Yacht Club di Richards Bay siamo salpati per scendere lungo costa fino a Durban, uno dei porti più grandi del continente africano, arrivando all’imboccatura con un mare molto formato. L’entrata è stata formidabile con le onde che spingevano Milanto pericolosamente sui frangiflutti. Durban è una grande città dove le architetture del passato coloniale, oggi usate come edifici di rappresentanza, sono inglobate in un miscuglio di costruzioni in cemento difficili da apprezzare, frutto dello sviluppo urbanistico degli ultimi decenni. Per strada la gente ti ferma per offrire servizi di ogni tipo e i negozi degli indiani vendono di tutto. Il Museo di Storia Naturale ha un carattere didattico e al piano superiore conserva una piccola collezione di arte contemporanea locale. Nelle sale non c’è nessuno e i custodi non sono capaci di rispondere alle nostre domande sulle mostre in esposizione. Sembra non siano proprio interessati, dicono che non è di loro competenza. Abbiamo vissuto il clima della città. E anche se tutti ci sconsigliavano di uscire la sera per i pericoli legati ad una criminalità molto diffusa, siamo andati spesso a vedere concerti nei locali del centro. Devo dire che ho sempre trovato una bella accoglienza, anche nei posti dove ero l’unico bianco e sembravo davvero un pesce fuor d’acqua. Ricordo una fantastica esibizione di una cantante Xhosa mentre tutti ballavamo sotto il palco al ritmo degli strumenti tradizionali in un misto fra world music, blues e reggae.

Il nostro arrivo a Durban con mare molto mosso

Il passaggio da Durban a Port Elizabeth è stato il più difficile. Questa è considerata la seconda costa più pericolosa del mondo, dopo quella del Canada. Qui la corrente di Agulhas è particolarmente forte ed arriva fino a poche miglia dalla costa. Può raggiungere anche 5-6 nodi e montare onde di 20 metri. Il meteo cambia continuamente alternando repentinamente basse ed alte pressioni che portano venti rispettivamente da nord e da sud. La regola è quella di partire sulla coda di un’alta pressione, quando il barometro è sui 1020, per entrare dentro la corrente con il vento a favore calcolando che durante il tragitto non ci sia una nuova variazione. Trovarsi nella corrente con il vento contrario sarebbe un suicidio per le onde che si verrebbero a formare in poco tempo. L’abbiamo sperimentato sulla nostra pelle quando prima di East London abbiamo avuto un leggero vento da sud – sud ovest che ha montato onde incrociate veramente difficili da gestire. Una condizione che provocherebbe mal di mare anche al marinaio più esperto. E infatti anche io ho dovuto fare i conti – per la prima volta dopo un anno di navigazione! – con una nausea che mi ha accompagnato lungo tutto il tragitto. Per fortuna piuttosto breve: in tre giorni siamo approdati a Port Elizabeth. Che è un porto commerciale usato soprattutto per il carico di manganese sulle navi mercantili. Nella settimana che abbiamo passato ormeggiati in banchina Milanto si è coperta di una patina di polvere scura che entrava ovunque e ci siamo spesso chiesti come facessero gli abitanti a convivere con un inquinamento del genere e quali misure adottasse il governo locale. Non molte sembrerebbe, dato che nessuno sembrava preoccuparsene.

I delfini hanno spesso accompagnato la nostra navigazione costiera

Siamo salpati agli inizi di dicembre da Port Elizabeth scendendo ancora di latitudine e uscendo dalla corrente. Qui il clima è più secco, si passa dalle frequenti piogge del nord al sole estivo della costa meridionale. L’entrata nella baia di Knysna è uno spettacolare varco fra due bastioni di roccia a picco sul mare. L’accoglienza che abbiamo avuto allo yacht club è stata meravigliosa. Ci siamo ormeggiati all’inglese in una banchina del waterfront, proprio sotto il club. Ogni giorno andavo a correre lungo la baia e la sera ci vedevamo con gli altri velisti per bere una birra, suonare una canzone e fare festa. Knysna è una località turistica molto apprezzata dalla popolazione locale, le sue colline ospitano vigneti che producono ottimi vini e nella baia si possono fare tante attività sportive. Di quei giorni ricordo una bellissima giornata che abbiamo passato insieme ad altri amici nella baia di Plettenberg dove il mare ha un colore azzurro così forte da sembrare di lapislazzuli. A Knysna abbiamo avuto un assaggio di quello che sarebbe stato il nostro arrivo a Cape Town, qui la vita d’estate è più facile, splende sempre il sole, il clima è più mite e sembra che tutti siano in perenne vacanza.

La baia di Plettenberg

L’ultimo tratto di navigazione per raggiungere Cape Town è stato infatti molto piacevole: un tragitto di due giorni con vento teso, sole e mare poco mosso. Abbiamo doppiato capo Agulhas di notte, così come Capo di Buona Speranza, tenendoci ben lontani per il pericolo delle numerose secche che nei secoli hanno visto molte navi naufragare. E in una bella mattina di sole siamo entrati finalmente nella baia di Cape Town. Non è facile spiegare l’emozione che ho provato in quel momento. Dopo aver navigato per un anno attraverso due oceani vedevo finalmente Table Mountain e Lion’s Head di fronte a me; il faro di Green Point filava al nostro traverso e i grattacieli della città riflettevano i raggi del sole. Quante volte avevo sognato questo arrivo! Siamo entrati nella marina del V&A Waterfront passando sotto il ponte girevole aspettando l’apertura del secondo ponte che permette di accedere al bacino interno. Due barche da regata della Vendee Globe stavano uscendo, una street band stava suonando di fronte al food market, le foche si tuffavano in mare dalla banchina di fronte all’Aquarium, lo Zeitz museum con le finestre diamantate appariva alla nostra sinistra: stavamo atterrando a Cape Town ed eravamo felici come bambini.

Il nostro arrivo a Cape Town

Il mese che abbiamo passato in questa città è stato uno dei più piacevoli del nostro viaggio intorno al mondo. Merito di Laura e Alessandro che vivono da anni in Sud Africa e che ci hanno letteralmente adottato. Laura, che dirige la fiera di arte contemporanea di Cape Town, mi ha introdotto al mondo dell’arte presentandomi direttori di musei e gallerie, collezionisti e artisti. Alessandro, che è una guida turistica esperta, nonché uno snake handler – ovvero un esperto di serpenti velenosi che svolge un’attività molto utile per la comunità nel catturare serpenti nei luoghi abitati per rilasciarli in ambienti sicuri – ci ha portato alla scoperta della costa regalandoci visite ai parchi, alle wine farm dell’entroterra e alla città. Senza di loro non saremmo entrati in contatto con tutti gli altri amici che hanno reso questo nostro soggiorno veramente unico. In pochi posti al mondo mi sono sentito a mio agio come a Cape Town. Per questo ci riesce così difficile mollare gli ormeggi ed è ormai da due settimane che posticipiamo la nostra partenza. Ma ormai non possiamo più rimandare oltre e comincia a farsi strada quella voglia di riprendere il mare tornando a navigare verso nuove terre, incontrando nuove culture e nuove energie.

Il nostro amico Manuel all’interno del suo cantiere nautico

Salpiamo fra pochi giorni per la Namibia e da lì affronteremo il lungo attraversamento dell’oceano Atlantico fino in Brasile. Il sogno di Milanto continua.

Una visita in una galleria con Laura, un curatore e un giovane apprendista