Diario di viaggio: la traversata dell’Atlantico meridionale

Di questa lunga traversata dell’Atlantico meridionale vorrei riportare una riduzione delle annotazioni del mio diario di viaggio. Mi sembra il modo migliore per far capire le condizioni che si vivono su una barca a vela, governata da due persone, nell’affrontare una navigazione come questa. Che non è stata fra le più impegnative, ma neanche fra le più brevi.

La partenza dalla baia di Luederitz

“Dopo aver traversato l’oceano Indiano, l’Atlantico del Sud vi sembrerà come prendere un tè delle cinque”. Ricordo di aver letto su qualche libro una frase che suonava più o meno così, attribuita al guru delle navigazioni oceaniche Jimmy Cornell, famoso velista e autore del manuale World Cruising Routes, una bibbia per chi naviga intorno al globo. E in effetti questo passaggio è stato accompagnato da venti leggeri, condizioni meteo stabili, mare poco mosso, sole e temperature sempre più miti mano a mano che salivamo di latitudine verso il Brasile. Una crociera rilassante in fin dei conti. Ma il lavoro su una barca a vela è continuo e non c’è mai un attimo di tregua, anche quando le condizioni sembrano ideali. Questo perché quando ci sono da fare circa 3.000 miglia di oceano la barca deve correre e avanzare il più velocemente possibile; e quando ci sono venti leggeri è necessario lavorare in continuazione sulle vele e trovare le strategie migliori per seguire le rotte più brevi in funzione degli angoli del vento e delle correnti. Navigare con efficienza non vuol dire soltanto progredire più veloci, ma anche salvaguardare le attrezzature, rendere la barca più sicura e cercare di prevedere i possibili problemi. Inoltre dondolare in mezzo al mare per 24 giorni di seguito, facendo turni di notte a rotazione e mantenendo continuamente l’attenzione, è comunque un po’ stancante. Anche se, come al solito, ogni fatica è più che ripagata dalla bellezza di navigare da un continente all’altro attraverso l’oceano, spinti dalla sola forza del vento, in armonia con la Natura, liberi come un albatro che vola fra mare e cielo.

In rotta verso il Brasile

Mercoledì 17 febbraio

Salpiamo al mattino dalla baia di Luederitz e ci mettiamo in rotta su Saint Helena. Un delfino viene a salutarci all’uscita della baia danzando davanti alla nostra prua. Lo prendo come un buon auspicio. Ci mettiamo a navigare con 15 nodi di vento al traverso. Fissiamo un barber-hauleralla falchetta per spostare fuori il punto di scotta del genova; Milanto vola sulle onde con un aliseo costante che ci spinge verso nord ovest. Nessuna nuvola in cielo, l’Atlantico si apre di fronte a noi. Incontriamo qualche cargo che naviga lungo la costa africana, ma più che avanziamo e più che restiamo soli. Anche gli uccelli marini diventano sempre più rari mano a mano che ci allontaniamo dalla costa. La prima notte è un po’ faticosa per me; non sto bene a causa di una gastroenterite che ho preso in Namibia e sono un po’ debilitato. Ieri avevo qualche linea di febbre. Alle 5 del mattino decidiamo di armare il tangone e strambare il genova per disporsi goose wing (con il genova tangonato sopravvento, così da avere la randa da una parte e il genova dall’altra, come le ali di un’oca) perché il vento sta girando sempre più da est.

Giovedì 18 febbraio

Mi sento un po’ depresso oggi. Forse perché sono ancora convalescente, anche se sto meglio, o forse perché devo ancora abituarmi a questo oceano. Sto leggendo “Il leopardo delle nevi” di Matthiessen e mi imbatto in una riflessione dell’autore su come gli ioni atmosferici possano indurre stati depressivi. Dice che per esempio accade con il mistral del mezzogiorno francese. Mi chiedo se non ci siano altri venti che abbiano caratteristiche simili. Valerio dice che in Toscana i vecchi dicevano che lo Scirocco fa impiccare la gente. Forse potrebbe essere redatta una sorta di geografia emozionale dei venti, così come delle latitudini e dei luoghi. Perché se gli alimenti, i colori, le condizioni climatiche in genere possono influire sugli umori o indurre certi stati d’animo, così potrebbe essere anche per determinati venti. In questo caso gli alisei dell’Atlantico meridionale porterebbero una certa depressione? Vedremo nei prossimi giorni se è così oppure se è solo il prodotto di una banale infezione intestinale in corso di guarigione.

Eppure a pensarci bene potrei veramente descrivere una geografia emozionale degli oceani. Di ognuno ho un ricordo legato ad emozioni diverse. L’Indiano, il più difficile anche velisticamente, per me è stato come un vaso di malinconia. Ho scritto lettere colme di tristezza e mi sono dovuto confrontare con ricordi strazianti. Il Pacifico è stato il più luminoso, il più attivo. Mi sentivo bene, forte, sicuro di me, sarei riuscito ad affrontare qualsiasi tempesta, avevo una gran carica vitale. Del mar dei Caraibi ricordo il dubbio, la confusione mentale. Ma quanti di questi stati d’animo sono dovuti alle contingenze del momento e quanti agli ioni atmosferici? Queste latitudini sono più fredde di quelle che ho sperimentato nel Pacifico, basterebbe solo questo ad influire psicologicamente.

Tramonto in navigazione

Venerdì 19 febbraio

Dopo una notte difficile dove ho dormito male nelle poche ore di pausa dai nostri turni a causa di una fastidiosa onda al traverso che sbalzava continuamente la prua e per la misteriosa rottura della maniglia di un osteriggio del corridoio, faccio colazione nel quadrato parlando con Valerio sulle dotazioni di ricambio che sono necessarie per una barca che fa il giro del mondo. “Ci vogliono due barche!” dice lui intendendo che sono necessarie parti di ricambio per ogni cosa.

Accendiamo il motore per fare acqua con il dissalatore e ci accorgiamo che non esce acqua da poppa del circuito di raffreddamento! Speriamo sia la girante e ci mettiamo a smontarla per vedere in che condizioni si trova. La troviamo per fortuna rotta, ormai funzionava con una sola paletta rimasta integra. Lavoriamo alla sostituzione che risulta essere più difficile del previsto perché a causa del moto ondoso perdiamo uno dei bulloni che tengono il coperchio e dobbiamo cercarne un’altro uguale per chiuderlo ermeticamente. Non lo troviamo fra i ricambi che abbiamo, dobbiamo adattarne uno segandone la parte finale. Inoltre notiamo che una delle cinghie del circuito di raffreddamento è usurata perché tutto il sistema non è perfettamente allineato. Lavoriamo per tutto il giorno, alle cinque del pomeriggio possiamo chiudere il vano motore. Siamo esausti, ma adesso sembra che tutto giri bene per fortuna. Fare il giro del mondo significa attendere a riparazioni di ogni tipo non solo di carattere marinaresco, ma anche meccanico, idraulico, elettrico. Non c’è mai pace e sono rari i giorni in cui si pensa solo alla regolazione delle vele. Spesso lavoriamo con condizioni di mare che rendono più difficile ogni intervento, inoltre stare per ore chini dentro ad un motore mentre la barca rolla e beccheggia non è proprio piacevole.

Atlantico del sud

Sabato 20 febbraio

Per fortuna abbiamo avuto una notte tranquilla con 15-20 nodi di vento costante da 120°-140°. Sto molto meglio, anzi direi che sono del tutto guarito. Il mattino ha dei colori bellissimi, la luce tenue dell’alba si riflette sulle vele tingendole di rosa. Vedo un peschereccio a poche miglia sull’orizzonte e mi tornano in mente tutti gli abusi e i crimini dell’industria del pesce che abbiamo letto nel libro Outlaw of the Ocean. Molte di queste navi impiegano pescatori asiatici mantenendo a bordo condizioni di lavoro alienanti. In certi casi questi lavoratori vivono in semi schiavitù sotto il ricatto delle compagnie nei confronti delle famiglie. Ogni volta che mangiamo un pesce ci dovremmo chiedere da dove arriva e come è stato pescato, anche se mi rendo conto che questo certe volte è impossibile. Anni fa ad un tavolo internazionale fu avanzata una proposta per salvaguardare questa parte di oceano dalla pesca indiscriminata delle balene istituendo una grande riserva a loro dedicata. Ma la proposta non andò in porto a causa del voto contrario di paesi come il Giappone, la Norvegia, grandi consumatori e commercianti di carne di balena. I nostri oceani sono terra di nessuno, senza leggi di tutela adeguate ed è triste pensare che la parte più grande del nostro pianeta sia soggetta ai peggiori crimini ambientali e sociali.

Il mare in fiamme

Domenica 21 febbraio

Navighiamo goose wing per tutta la notte e il giorno ad una media di 8 nodi di velocità. Nel pomeriggio si alza anche un bel mare e superiamo spesso la soglia dei 10 nodi. Faccio qualche ripresa video salendo a cavalcioni sul tangone. Il mare da lassù sembra una savana blu dove corrono le onde increspandosi sferzate dal vento. Esistono sensazioni di libertà più grandi?

Nel genova si apre uno strappo per fortuna ad un’altezza tale dove posso arrivare. Rolliamo la vela fino allo strappo e faccio la riparazione con ago, filo cerato e tape adesivo.

Nel primo pomeriggio abbocca al nostro amo alla traina una lampuga di medie dimensioni. La sfilettiamo per mangiarla a cena cotta in padella con olio e limone. Ringraziamo Nettuno, come sempre facciamo in questi casi, del dono che ci ha fatto. Stasera per l’occasione ci concederemo anche un bicchiere di vino. Normalmente non tocchiamo alcool durante le navigazioni più lunghe, soprattutto adesso che siamo solo in due e dobbiamo essere sempre lucidi. Ma il week end ci concediamo un caffè corretto al brandy di Cape Town e un bicchiere di vino per cena. Veramente è sempre tutto relativo, per noi stasera è una grande festa!

Leggo la raccolta di scritti di Chatwin “Anatomia dell’irrequietezza” che mi appassiona perché trovo delle forme di narrazione che mi sono vicine. Mi piace la sua prosa asciutta e diretta (lui stesso si meravigliava di essere più yankee che inglese nel modo di scrivere), la trovo leggera e velata di una certa ironia. Prendo molti appunti. Nel rileggere Hemingway in lingua originale invece mi viene sempre da ridere per l’ego debordante dell’autore e ripenso alla caricatura che ne fa Woody Allen in Midnight in Paris. Davvero azzeccata!

Siamo entrati nei 20° di latitudine. Ormai siamo ai tropici e ogni giorno fa un po’ più caldo. Oggi per la prima volta da quando siamo salpati sono stato sul ponte a torso nudo. Ma questo emisfero sembra più freddo di quello Boreale. A nord quando si raggiungono i 20°, venendo dalle Canarie con rotta sui Caraibi, fa già molto caldo. I Tropici iniziano a 22,5° a nord (Tropico del Cancro) e sud (Tropico del Capricorno), ma credo che a nord la corrente del Golfo influisca sulle temperature. Dovrei consultare un libro di meteorologia, questo è il genere di domande che normalmente trovano oggi risposta immediata su google. Ma qui non abbiamo internet e come ai vecchi tempi ci mettiamo a discutere fra di noi sulle possibili soluzioni di questo problema.

Il nostro Bob Marley

Lunedì 22 febbraio

Giornata splendida tutta passata a navigare con lo spinnaker – il nostro vecchio Bob Marley, come lo ha battezzato Valerio, che abbiamo ricucito più volte – su un mare piatto con 10 nodi di vento. Ormai sono entrato nel mood della navigazione, le tristezze si sono dissolte e vivo quest’oceano con gioia e riconoscenza. Nel pomeriggio registro la conferenza che avevo tenuto in inglese presso l’ambasciata italiana a Cape Town. Qualcuno che non ha potuto seguirla mi ha consigliato di farne un video durante questo passaggio e di caricarlo su you tube. Ma nel riguardare la registrazione mi rendo conto che non è una buona idea. Trovo ridicolo vedermi in mezzo al mare mentre parlo di Dante, di Petrarca e dei navigatori italiani del Rinascimento. Mi sembra tutto così autocelebrativo. Mi faccio una gran risata e abbandono l’idea. Non c’è cosa più bella che ridere di se stessi.

Martedì 23 e mercoledì 24 febbraio

Continuiamo a navigare con lo spi giorno e notte, ma il vento comincia a girare e a diminuire per poi aumentare di nuovo e spesso dobbiamo strambare o ammainare più volte durante il giorno. Suono la chitarra la sera al tramonto seduto a prua. Il kite (il nostro Bob) danza col vento di fronte a me come se seguisse le note della mia voce. Sembra una preghiera laica. Sono in armonia con l’oceano, respiro con lui.

Navigazione con lo spi

Giovedì 25 febbraio

Il vento cala quasi del tutto e facciamo fatica per arrivare in vista di Saint Helena durante il giorno come avevamo programmato. Al tramonto siamo finalmente a poche miglia dalla costa orientale e l’isola appare bellissima definita dalle ultime luci del giorno nei suoi contorni aspri e scoscesi. Costeggiando il lato settentrionale una luna quasi piena sorge dietro di noi e illumina le pareti a strapiombo. Alle 10 di sera entriamo nelle acque di James Bay sotto l’abitato di Jamestown, la capitale dell’isola, dove con il permesso che ci ha concesso l’harbor master – con accordi presi via mail prima della nostra partenza – possiamo prendere una boa, ma non potremo scendere a terra perché l’isola è chiusa per difendersi dal contagio. Le boe che troviamo alla luce delle nostre torce sono piattaforme circolari, gigantesche, gialle e rosse, predisposte per reggere fino a 30 tonnellate. Non è possibile issarle con un mezzo marinaio. Salto da prua sopra di una traballando per infilare una cima all’interno del grande anello in acciaio. Leghiamo due cime d’ormeggio alle bitte di prua e ci rilassiamo brindando con un bicchiere di brandy e guardando la scogliera dell’isola illuminata dalla luna. La notte mi abbandono ad un sonno profondo cullato dalle acque della baia. Quante volte ho immaginato di arrivare su quest’isola, uno dei luoghi più remoti della terra la cui memoria è indissolubilmente legata alla morte di Napoleone?

Saint Helena dopo il tramonto

Venerdì 26 febbraio

Al mattino l’isola si rivela aspra, con poca vegetazione. Le onde frangono sulla costa a picco sul mare. Sulla sommità della parete di roccia si vedono le strutture difensive del castello e i bunker della seconda guerra mondiale con i cannoni puntati verso il mare. Se non fosse per l’esilio finale di Napoleone Saint Helena sarebbe uno scoglio in mezzo all’Atlantico noto ai navigatori del passato come punto di sosta sulla rotta per il Brasile. Speriamo di poter acquistare delle verdure fresche e del pane, ma dal Port Control ci avvertono che non è possibile fino a lunedì. Potranno rifornirci solo di un po’ di gasolio con una barca che si affiancherà alla nostra, riempiendo il serbatoio che abbiamo in minima parte utilizzato per caricare le batterie e fare acqua.

l castello di Saint Helena visto dalla baia di James

Peccato non poter scendere a terra. Avrei veramente voluto visitare Longwood, la residenza dove morì Napoleone il 5 maggio di 200 anni fa. Quest’anno infatti cade il duecentesimo anniversario della morte, ma purtroppo tutte le iniziative celebrative progettate sono state cancellate per la chiusura totale dell’isola nei confronti di qualsiasi visita esterna.

Napoleone arrivò qui il 17 ottobre del 1815 scortato sulla HMS Northumberland, partita dall’Inghilterra due mesi prima. Arrivò qui dopo il tramonto, proprio come noi. Cosa deve aver pensato davanti a questi picchi rocciosi, mentre l’equipaggio della nave completava le manovre di ormeggio? Una volta scrissi un articolo sui cento giorni di Napoleone all’Elba. Sarebbe stato bello poterne scrivere anche qui, veramente un peccato non poter scendere a terra.

La baia di James

Sabato 27 febbraio

Salpiamo da Saint Helena. Abbiamo di fronte altre 1.792 miglia fino a Cabadelo in Brasile. Le previsioni danno venti leggeri per i primi giorni, poi speriamo di trovare un aliseo un po’ più stabile con 15 nodi di vento e mare forza 4. Progettiamo di navigare con mura a dritta con una rotta leggermente più a nord della rhumb line (la nostra rotta lossodromica) per poi strambare quando l’aliseo dovrebbe disporsi più da est. Issiamo lo spi mentre lasciando l’isola alla nostra poppa. Il tramonto è bellissimo come ogni sera in questo oceano. Siamo sorpresi dalla stabilità del mare e delle condizioni meteo. Una luna piena sorge al nostro traverso di dritta e illumina il mare come una strada di luce nella notte. Sembra di essere in un sogno. Navighiamo su di un mare calmo, illuminato dalla luna, gli unici suoni sono quelli della prua che solca le onde lievi e lo scoccare dello spinnaker al vento. Sembra di essere sulla scena di un teatro, all’interno di una rappresentazione fiabesca. Tutto è perfetto. Da un momento all’altro potrebbe apparire un mago a cavallo di un tritone.

La luce della luna

Domenica 28 febbraio

Al mattino il vento aumenta di nuovo e torna ad essere costante. Continuiamo a navigare con lo spi giorno e notte. Mi spiace non condividere questa navigazione così rilassante con tanti amici e con le persone a cui voglio bene. Mi vengono in mente tante persone che sarebbero perfette per questo oceano così rilassante e piacevole. E’ domenica, il giorno in cui ringraziare per la bellezza del creato. A prua improvviso una piccola messa, un canto di fronte all’oceano rivolto alla Stella del Mare che protegge tutti i marinai. Mi tornano in mente i dipinti e le statue dedicate alla Stella Maris che ho visto in tanti porti del Mediterraneo. Le più belle quelle che si vedono a Napoli, Ischia, Capri o in Sicilia. Procida sarà la prossima capitale italiana della cultura, dovrebbe pensare ad un progetto per queste immagini devozionali alle quali generazioni di pescatori e marinai hanno affidato le loro preghiere.

Lunedì 1 e martedì 2 marzo

Siamo a marzo! Continuiamo a navigare con lo spi giorno e notte. Spesso strambiamo per prendere un angolo migliore ed essere più veloci verso il destino. Sto leggendo da giorni i due saggi dello storico inglese David Abulafia, “Il grande mare”, sul Mediterraneo, e quello più recente “Storia marittima del mondo”. Prendo diversi appunti. Invece abbandono presto Il libro dell’inquietudine di Pessoa che non sopporto, così come un recente thriller inglese ambientato su una nave mercantile olandese nel Seicento che trovo melenso, veramente illeggibile.

Mercoledì 3 marzo

Continuiamo a navigare con lo spi. Alle 12 lo ammainiamo per continuare goose wing. Il vento è aumentato, ma soprattutto dobbiamo far riposare il nostro buon vecchio Bob. Durante il pomeriggio ci concentriamo a fare il pane con una farina integrale tedesca che avevamo acquistato alle Fiji; quello fresco è esaurito da tempo, così come quello in cassetta, una parte del quale è ammuffita. Dal nostro forno, che cuoce a temperature purtroppo basse, ne verranno fuori due coppie amorfe dure come il sasso, dal sapore decisamente acidulo. Ne siamo comunque felici, in barca c’è un buon profumo di pane appena sfornato. Lo mangiamo come se fosse acquistato in una boulangerie del Marais. Lavoriamo alle connessioni della bombola del gas nel gavone di poppa.

Giovedì 4 marzo

Al mattino presto facciamo volare di nuovo lo spi. Il vento è calato a 10 nodi, ma riusciamo ad avere una velocità media di 6 nodi. Speriamo di poterla mantenere mettendo a segno la vela su ogni leggero cambiamento di vento. Dovremmo cercare di mantenere almeno un media di 150 migli al giorno se vogliamo arrivare in una settimana, ormai siamo prossimi a scendere sotto le 1.000 miglia dal Brasile.

Nel tardo pomeriggio mi dedico alla mio consueto training di ginnastica a prua. Faccio una progressione di esercizi che mi sono inventato in quest’anno di navigazione usando le attrezzature della barca come gli attrezzi di una palestra. A prua i plank per gli addominali e i push up, sulle draglie i dips, mi attacco al tambuccio per i pull up, a poppa gli squats che m’insegnò Glynn (SQUATS!) e così via fino agli esercizi di stretching dove mi appendo al boma, alle sartie, un po’ ovunque come un macaco. L’oceano corre di fronte a me, esiste una palestra migliore?

Venerdì 5 marzo

Nella notte ammainiamo lo spi, il vento è calato ulteriormente e sta girando sempre più da est. Decidiamo di fare qualche ora di motore in marcia per caricare le batterie e procedere avanti. All’alba tiriamo di nuovo su lo spi e procediamo con mura a dritta fino al pomeriggio, quando decidiamo di strambare. Mi torna in mente la battuta di Jimmy Cornell sul tè delle 5. Sì certo, ma questo tè non finisce mai!

Il mare ha un colore bellissimo, di un blu indaco, e l’azzurro del cielo ha una tonalità chiarissima, come un celestino interrotto da piccoli gruppi di nuvolette bianche all’orizzonte. Sembra un paesaggio incantato, come se fossimo dentro un sogno sempre uguale, all’interno di un paesaggio immutabile.

Ieri notte ho visto Marte e Jupiter vicinissimi, l’uno accanto all’altro, e poco sopra Mercurio a completare una specie di triangolo. Non li avevo mai visti così raggruppati, ho pensato che potrebbero avere un significato astrologico. Certamente positivo, perché è una bella immagine dalle proporzioni armoniche, inoltre la loro luce era particolarmente intensa, sembrava riflettersi sul mare.

Sabato 6 marzo

Nella notte il vento cala sotto una grande nuvola che per la prima volta dopo tanti giorni porta pioggia. Al mattino il cielo è di nuovo sereno. La temperatura comincia ad alzarsi. Fa sempre più caldo e anche l’umidità aumenta, ci avviciniamo sempre di più all’equatore. Navighiamo sempre con lo spi strambando per prendere i bordi migliori. Spesso le nostre tattiche basate sul meteo che abbiamo a disposizione falliscono perché le condizioni che troviamo non corrispondono a quelle previste. Continuo a leggere. La storia della filosofia di Umberto Eco, saltando da un capitolo all’altro per creare parallelismi e intrecci, Le Forme del bello di Bodei e l’introduzione alla Commedia di Dante nella nuova edizione della Utet.

Domenica 7 marzo

Bellissima giornata di navigazione con lo spi sempre sul solito bordo. Ci possiamo rilassare. Oggi niente esercizi fisici. Letture, scrittura e un bicchiere di vino. Nel pomeriggio mi dedico a piccoli lavori di marineria. Realizzo dei nodi intrecciati per l’apertura dei bozzelli dei barber hauler. Strimpello qualche canzone a prua al tramonto, i miei concerti ai pesci.

Lunedì 8 marzo

Festa delle donne! Peccato che qui non se ne veda neanche l’ombra da settimane. Dedico una canzone a tutte le mie amiche lontane. Molte di loro erano all’aeroporto di Firenze per salutarmi alla partenza, quella mattina all’alba di più di un anno fa, quando questo lungo viaggio ebbe inizio.

Siamo nel mese delle iniziative legate al progetto M’illumino di meno, promosso da Caterpillar Radio 2, di cui siamo testimonial con il nostro viaggio. Mi viene da pensare che M’illumino di meno non vuol dire solo spegnere le luci per un risparmio energetico e abituarsi ad un uso parsimonioso delle fonti energetiche. A mio avviso vuol dire anche M’illumino di più. Con il progresso tecnologico abbiamo in pochi decenni modificato il nostro ambiente in modo irreversibile. Gran parte degli animali non riescono ad adattarsi alle nuove condizioni che gli abbiamo imposto. Gli oceani sono sempre meno pescosi, per non parlare del Mediterraneo, un mare considerato in agonia. I nostri fiumi sono sempre più inquinati e il surriscaldamento globale sta creando mutazioni climatiche che sono sotto gli occhi di tutti. Quello che fino ad oggi chiamavamo progresso è l’esatto contrario. Stiamo andando indietro come i gamberi. Ci stiamo fregando con le nostre mani e non ce ne accorgiamo neanche. Le nostre società hanno abdicato alla meraviglia di vivere con il ritmo delle stagioni, di guardare le stelle in cielo, di vivere a contatto con la Natura. E tutto questo per cosa? Per un po’ d’aria condizionata nelle nostre case? Le verdure confezionate nella plastica? Molte delle piccole comodità della vita di oggi non solo sono inutili, ma sono dannose per la nostra esistenza. E allora M’illumino di meno, significa che m’ illumino di più, perché rendersi consapevoli della condizione in cui siamo e cominciare a prendere provvedimenti è il primo passo per riscoprire la vera luce, quella infinita della nostra anima che è parte di quell’Uno eterno di cui parlano i filosofi e i mistici occidentali fin dall’antichità, il primo Cristianesimo, così come i Veda indiani, gli insegnamenti buddhisti e le teorie più avanzate della Fisica di oggi.

Un ospite notturno

Martedì 9 marzo

Continuiamo a navigare con lo spi. Mi appassiono ad un libro, Città sommersa di Marta Barone, che inizialmente avevo scartato. Ma ho finito le novità da leggere e l’ho ripreso in mano. L’avevo giudicato male dalle prime pagine o forse non era ancora arrivato il momento giusto. Mi è capitato altre volte. I libri sono come le persone, le incontri quando è il tempo di incontrarle. Rifletto sulla vita sommersa delle persone. Quanto pensiamo di conoscerle? E quanto pensiamo di conoscere noi stessi?

Mercoledì 10 marzo

All’alba arriva un violento squall, ci stiamo avvicinando a terra, ormai mancano 280 miglia e il meteo sta cambiando. Ammainiamo lo spi e proseguiamo goose wing. Siamo entrambi stanchi. Questi lunghi giorni in mare cominciano a farsi sentire. Durante il pomeriggio torniamo ad issare lo spi. Prima di sera ci accorgiamo di uno strappo e decidiamo di ammainarlo per strambare e riparare la rottura. La notte passa tranquilla.

Milanto naviga con vele ridotte

Giovedì 11 marzo

Al mattino ammainiamo definitivamente il nostro vecchio Bob. Ha svolto un gran lavoro, abbiamo quasi sempre navigato con lui, giorno e notte, e ci ha portato fin qui nonostante la sua veneranda età. Adesso è tempo di riposarsi. Lo ringraziamo mentre lo pieghiamo dentro al sacco e lo portiamo sotto coperta. Bravo Bob. Strambiamo e ci mettiamo in rotta con vele bianche fino al destino, contiamo di arrivare domattina all’alba.

Il vento nel pomeriggio cresce d’intensità. E’ sempre così, il mare è burlone. Dopo più di tre settimane di venti leggeri, adesso che stiamo per arrivare ce n’è fin troppo e dobbiamo ridurre al massimo per non arrivare troppo presto durante la notte. Procediamo con tre mani di terzaroli alla randa e un fazzoletto di genova facendo comunque 5 nodi! Prima dell’alba, quando ormai siamo a circa 10 miglia dalla costa incontriamo diverse piccole barche di pescatori che gettano le loro reti. Dobbiamo fare attenzione perché sono poco illuminate e talmente piccole che non vengono rilevate neanche dal radar. Una mi sfila a poche decine di metri mentre sono al timone per ogni evenienza. Dobbiamo fare attenzione anche al rischio di pirateria che vicino a queste coste non è comune, ma è possibile.

All’alba arriviamo al canale d’entrata di Rio Paraiba, sul promontorio di Cabedelo, con le onde che si alzano per i banchi di sabbia e la corrente del fiume. Abbiamo programmato di entrare un’ora dopo l’alta marea, quando ancora la corrente in uscita non è troppo forte e possiamo essere sicuri delle profondità del canale che ci condurrà alla marina di Jacarè.

Attualmente siamo alla boa di fronte alla marina in attesa di sapere se potremo scendere a terra a causa delle ultime restrizioni emanate dalle autorità locali per il contenimento del contagio. Siamo stanchi e abbiamo bisogno di riposare, ma siamo in Brasile finalmente e il sogno del viaggio intorno al mondo di Milanto continua.

Brasile, Rio Paraibia, Cabedelo