Le chiavi del paradiso

Quest’ultima tratta non è stata facile. Passare i Doldrums, sulla fascia equatoriale, è stato più impegnativo del previsto. Abbiamo dovuto navigare con poco vento e una fastidiosa onda al traverso che faceva rollare pesantemente Milanto. Tutti i prospetti meteo che avevamo analizzato sono risultati imprecisi: i Doldrums sono infidi e imprevedibili. L’aria all’equatore è pesante, densa di umidità, il ponte durante la notte è totalmente bagnato e gli squall si susseguono ogni poche ore rovesciandoci addosso tonnellate di acqua. Ne approfittiamo spesso per fare una doccia risparmiando la preziosa acqua dolce dei nostri serbatoi. Bellissima la doccia equatoriale: basta mettersi nudi sotto la parte finale del boma, dove l’acqua convogliata dalla randa scende copiosa come sotto una cascata, mentre gli elementi infuriano sopra Milanto che avanza lentamente sulle onde. Che senso di libertà!

Il fronte dei Doldrums sulla prua di Milanto

Il vento arriva una volta passato il terzo grado di latitudine nell’emisfero nord. Da quel momento in poi agganciamo un aliseo costante che ci porta gradualmente a risalire a largo delle coste di Brasile, della Guiana Francese, del Suriname e del Venezuela con rotta sulle windward island dei Caraibi.

La colomba pasquale

Arriviamo in vista dell’isola di Saint Lucia il mattino di Pasqua dopo due settimane di navigazione e – incredibile ma vero! – una colomba bianca vola su Milanto. La prendiamo come una benedizione di questo giro del mondo che abbiamo completato e un buono auspicio per le nostre prossime imprese.

L’arrivo a Saint Lucia

Quando abbiamo iniziato il nostro viaggio Saint Lucia era piena di vita: locali aperti, turisti, barche alla fonda e all’ormeggio nella Marina di Rodney Bay. Adesso costeggiando l’isola non avvistiamo nessuna barca, vediamo pochi abitanti a terra, nessun turista. Anche qui vige un regime di lock down e tutte le strutture turistiche sono chiuse. Ne approfittiamo per navigare lungo la costa sottovento visitando le baie più famose. Marigot Bay è completamente deserta. Ci rendiamo conto che stiamo vivendo un’esperienza unica che non ricapiterà mai più.

Quando siamo partiti da qui con la World ARC a gennaio del 2020, il futuro era qualcosa che si poteva ancora programmare. Le tappe del nostro viaggio erano stabilite, le rotte progettate sul carteggio, le soste pianificate, i compagni di viaggio che si sarebbero uniti a noi erano pronti a partire. Ma tutti i nostri piani sono stati stravolti dall’avvento della pandemia che ci ha sorpreso appena raggiunte le isole Marchesi. Provenivamo dalle Galapagos, dopo circa tre settimane di navigazione, e avevamo bisogno di fare rifornimenti di cibo e di carburante per caricare le nostre le batterie. Le autorità di Hiva Oa ci hanno intimato di sostare alla fonda nella baia. Non ci era possibile scendere a terra, tutte le frontiere delle isole della Polinesia erano chiuse. Abbiamo passato 10 giorni in quarantena davanti all’isola insieme a poche altre barche che come noi aspettavano gli sviluppi degli eventi. Le notizie che ci arrivavano da terra erano sempre più preoccupanti. Il virus si stava diffondendo in tutto il pianeta e tutte le nazioni stavano progressivamente chiudendo le frontiere. L’organizzazione della World ARC poteva fare ben poco e in breve tempo avrebbe sospeso il rally. Con il permesso delle autorità polinesiane siamo riusciti a raggiungere Tahiti. La gran parte delle barche partecipanti alla World ARC si è fermata qui, gli equipaggi sono stati rimpatriati, alcuni hanno deciso di tornare verso gli Stati Uniti, altri in Nuova Zelanda, altri hanno spedito la propria barca via nave alle destinazioni d’origine, altri ancora sono arrivati fino alle isole Fiji o fino in Indonesia. Milanto ha scelto di continuare a navigare lungo la rotta che si era preposta, accompagnata dal catamarano Sea Lover, deciso a tornare in Messico al suo porto di partenza.

Il nostro viaggio è diventato una vera e propria Odissea. Molti degli approdi che avevamo previsto erano chiusi al traffico marittimo e in certi casi siamo stati costretti ad affrontare navigazioni lunghe e impegnative. L’Australia – solo per fare un esempio – non concedeva nessuno scalo, neanche per il solo approvvigionamento alimentare; quindi dalle isole Fiji abbiamo dovuto raggiungere l’Indonesia, attraverso lo Stretto di Torres, navigando per una lunga tratta di più di 3.000 miglia. Così come per l’Oceano Indiano, che abbiamo traversato senza soste fino alla Reunion. Ogni volta che salpavamo o che raggiungevamo terra dovevamo sottoporci ad un nuovo Covid test. Siamo stati i primi a farne uno a Raiatea, prima di partire dalle isole della Società. Ovunque le pratiche d’ingresso sono state complicate e spesso i problemi sembravano davvero insormontabili.

Tramonto ai Doldrums

Avessimo dovuto scegliere usando la ragione, sarebbe stato sensato fermarci, mettere al sicuro la barca e prendere un volo di rimpatrio per l’Italia. L’anno seguente avremmo ripreso il giro del mondo. Ma ogni volta che prendevamo in considerazione questa ipotesi sentivamo dentro di noi come una sensazione di irrequietezza e tornavamo a credere di non dover abbandonare il nostro sogno. E allora di tratta in tratta siamo andati avanti. E i nostri sforzi sono stati ripagati. Perché abbiamo navigato in mari di straordinaria bellezza, spesso senza avvistare nessuna imbarcazione, approdando su isole che sembravano incantate. In certi casi ci è sembrato di vivere un’esperienza irreale, come se fossimo proiettati nel passato o in un sogno ad occhi aperti.

Ma guardando a tutti questi mesi passati in mare, vedo con chiarezza che il lato più bello di questo lungo viaggio sono stati gli incontri con le persone che abbiamo conosciuto: la comunità dei velisti, le autorità civili, gli abitanti delle isole, i pescatori, i lavoratori delle marine, i tanti amici con cui abbiamo vissuto momenti indimenticabili; anche loro ci spingevano ad andare avanti, a non mollare, a continuare a sognare.

Un pescatore di Saint Lucia

Crediamo che in un momento in cui il mondo intero si chiude a riccio, le nazioni serrano le frontiere e respingono le barche che vengono dal mare, la paura del contagio domina sulla vita di ognuno di noi, compiere un viaggio come questo sia una grande speranza per il futuro. Non è stato facile. Però è stato possibile. E lo è stato soprattutto per l’aiuto che abbiamo ricevuto dalle tante persone che abbiamo incontrato a terra e da tutti i compagni di viaggio che ci hanno accompagnato fin quando è stato loro possibile. Portiamo il ricordo di ognuno nei nostri cuori e a tutti loro dedichiamo la conclusione di questo giro del mondo.

Infine se è stato possibile, lo è stato grazie al mare che ci ha consentito di continuare a navigare, donandoci vento e regalandoci ogni giorno lo stupore di paesaggi straordinari, tramonti scenografici, albe commoventi. Perché il mare non ha confini, né frontiere, non appartiene all’uomo, appartiene solo a chi lo ascolta.

I Pitons di Saint Lucia

Scrivo queste note alzando gli occhi ai Pitons di Saint Lucia che, illuminati da una falce di luna, filano al traverso di Milanto mentre costeggiamo l’isola con rotta su Rodney Bay. Siamo l’unica barca partita con la World ARC che ha terminato il giro del mondo nei tempi stabiliti. Si chiude il cerchio, il sogno è diventato realtà. La polare torna a brillare all’orizzonte. Abbiamo navigato principalmente a latitudini equatoriali e tropicali, abbracciando il pianeta nella sua circonferenza più ampia, sospinti dalla sola forza degli alisei e delle correnti, mentre intorno a noi orbitavano il sole, i pianeti e le altre stelle. Il paradiso è su questa terra e ognuno di noi ne ha la chiave: è la nostra casa comune, il pianeta su cui viviamo: così grande, ma anche così piccolo da poter essere circumnavigato da due persone su una piccola barca a vela; così bello e meraviglioso, così misterioso, così accogliente, così fragile, così in pericolo.