I balenieri di Horta

Il periodo che abbiamo passato ai Caraibi è passato velocemente, forse perché non abbiamo avuto fretta di ripartire. Sembra una contraddizione, ma una delle cose che ho imparato durante questo lungo viaggio è quella di non rincorrere la vita, ma prendersi il tempo necessario per dare forma ai propri progetti. Completato il giro del mondo abbiamo dedicato del tempo alla manutenzione di Milanto, prima di salpare per il viaggio di ritorno in Italia.

Tramonto alla marina di Le Marin

Tommaso e Nicola ci hanno raggiunto a Le Marin, il porto dove eravamo atterrati in Martinica, e si sono imbarcati con noi per compiere la loro prima esperienza oceanica. Insieme a loro ogni giorno andavamo a scoprire l’isola. Siamo stati a fare surf davanti alla spiaggia di Tartare nella penisola di Trinity; abbiamo visitato alcune più note distillerie di rhum agricolo, una delle maggiori economie locali; ci siamo avventurati in percorsi trekking sulle montagne dell’interno e abbiamo visitato le più suggestive baie della costa.

Il surf spot di Tartare

Giravamo l’isola in autostop. Qui è facile chiedere un passaggio e gli abitanti si fermano volentieri per condividere un tratto di strada con chi è in cammino. È normale vedere persone col pollice alzato che tornano da fare la spesa o che si spostano da una parte all’altra dell’isola. Dopo aver faticato su una strada secondaria, tutta in salita per raggiungere una collina dalla quale si scende verso la Plage de Cap Macrè, veniamo caricati dal pick up di un falegname che sta lavorando ad una casa nelle vicinanze. Hubert mi parla del suo lavoro e dice che si è specializzato nella realizzazione di mobili in stile Luigi XIV e XV (!), ma gli capita di lavorare anche come carpentiere sulle barche. Una mamma col figlio che torna da scuola ci porta per un altro pezzo di strada e ci sorride augurandoci una buona camminata.

La distilleria JM

E così via fra un passaggio in auto e un tratto di strada a piedi raggiungiamo la costa e prendiamo il sentiero che porta alla piccola cappella affacciata sull’oceano dedicata alla Vierge des Marins che avevo notato sulla carta geografica. È una mia fissazione quella di visitare i luoghi di devozione eretti da chi va per mare. Negli anni ne ho visti tanti in Italia dedicati alla Stella Maris, così come in Corsica, sulla costa francese, in Croazia. Ognuno di questi ha una particolare caratteristica, ma si accomunano tutti per la presenza di oggetti marini posti come decorazione degli ambienti. Questa piccola cappella, edificata semplicemente con i materiali del luogo, presenta delle conchiglie inserite fra le pietre della muratura esterna. All’interno si trovano immagini dipinte di imbarcazioni che navigano nella tempesta ed effigi di vari santi. Sembrano ex voto posti per uno scampato pericolo o figure bene auguranti per il lavoro dei marinai e dei pescatori. Nella piccola abside una semplice statua della Vergine è circondata da candele e vasi contenenti fiori e foglie di palma. Il suono delle onde che frangono sugli scogli sottostanti si riverbera fra le pareti di questo piccolo sacello sotto il sole dei Caraibi, un luogo che invita al raccoglimento e alla preghiera.

La chapel de la Vierge des marins

Salpiamo dalla Martinica per l’isola di Antigua in una mattina di sole. Passiamo vicini alla Roccia del Diamante mentre raffiche catabatiche scendono rabbiose dalle colline inclinando Milanto che bordeggia di bolina lungo costa. Durante la notte il passaggio attraverso i canali che separano la Martinica da Dominica e dalla Guadalupe è più tranquillo del solito: il mare è poco mosso e le stelle brillano alte nel cielo sereno. Che meraviglia navigare fra queste isole, mi ero dimenticato di quanto fosse bello questo mare! Entriamo a Falmouth Harbour la mattina del 19 aprile e ci dirigiamo ad una delle banchine dello Yacht Club. Ricordo l’ultima volta che sono stato qui, otto anni fa sempre con Valerio su Milanto, prima di fare la mia prima traversata atlantica, e mi sembra sia passato un secolo. Eppure qui non è cambiato niente, tranne il fatto che nella baia, a causa della pandemia, ci sono molte barche in meno alla fonda rispetto al normale. È così anche a terra, dove molte ristoranti e negozi per turisti sono chiusi.

Falmouth Harbour

Ma Antigua è sempre la solita, bellissima nella luce diffusa che contraddistingue i colori del mare e del verde della costa. Una luce che si trova solo qui, dove le spiagge coralline sono bianchissime e l’acqua è di una tonalità turchese quasi abbagliante. Sostiamo per circa una settimana aspettando la finestra giusta per salpare. Prendiamo un auto a noleggio per fare il giro dell’isola: andiamo a Shirley Heights, l’antica fortezza che domina English Harbour e le altre insenature della costa meridionale; facciamo un tuffo sulla spiaggia di Long Bay e visitiamo le altre baie della costa orientale; raggiungiamo Devil’s Bridge, un ponte di roccia naturale a picco sul mare dove frangono le onde dell’oceano sollevando spruzzi d’acqua come le fiamme dell’inferno; infine andiamo a fare cambusa al mercato di Saint John’s, la capitale, e passiamo il pomeriggio a spasso fra la gente del posto.

Panorama da Shirley Heights
Devil’s bridge

La sera spesso vado a correre ai Nelson’s Dockyards che sono completamente deserti; si potrebbe girare un film in costume ambientato ai tempi del grande ammiraglio inglese senza chiedere alcun permesso. Come ci è capitato spesso in questo anno e mezzo di navigazione intorno al mondo anche qui sembra di vivere un sogno ad occhi aperti. Aggirandosi tra gli edifici storici dell’antica base navale inglese nella luce del tramonto, sembra di tornare indietro ai tempi dell’HMS Victory di Horatio Nelson: sul quale ancora qui ad Antigua si raccontano storie e storielle, non tutte edificanti.

Nelson dockyard

Salpiamo la mattina del 26 aprile con rotta sulle Azzorre, ci aspettano 2.000 miglia che prevediamo di coprire in circa due settimane di navigazione. Durante i primi giorni procediamo spediti di bolina tenendo una media di 7 nodi. Milanto taglia le onde piegata sul bordo sinistro e ci mettiamo due giorni per abituarci al beccheggio di un’andatura non proprio confortevole.

Milanto di bolina con randa, trinchetta e genova

Tommaso ed io suoniamo e cantiamo canzoni nei pomeriggi che scorrono lentamente mentre navighiamo verso nord per andare a prendere i venti occidentali. Purtroppo un’alta pressione si è stabilizzata su questa parte di Atlantico e non accenna a diminuire, anzi sembra seguire la nostra rotta. Il risultato è che il vento inizia a diminuire sempre di più e ci costringe spesso a procedere lentamente o a dover accendere la propulsione del motore. “Navighiamo con andatura giapponese!” dice Valerio, intendendo che procediamo con l’ausilio del motore di bordo, il nostro Yanmar di fabbricazione giapponese. Il mare è ancora infestato dai sargassi che abbiamo incontrato arrivando ai Caraibi e non ci consente di pescare. Non ci resta che cercare di sfruttare ogni refolo di vento. Per un pomeriggio facciamo volare Zorba, il nostro spinnaker più leggero che tiriamo fuori solo per condizioni di venti deboli. Procediamo a tre nodi fino a quando il vento cala del tutto. Calma piatta. Il mare diventa una tavola liscia, una immensa distesa di acqua come uno specchio che riflette la volta del cielo azzurro. Poi la superficie comincia a incresparsi – a “scrivere”, come si usa dire – e il vento torna a gonfiare le nostre vele. Il 6 maggio procediamo a 6 nodi di lasco.

Calma piatta

È pomeriggio e siamo tutti sotto coperta a parlare del più e del meno dopo aver preso un caffè. All’improvviso un forte colpo sotto lo scafo ci scuote. Boom! E poi subito un altro. Boom! Ci precipitiamo subito fuori per capire cosa è accaduto e vediamo allontanarsi a poppa la grande coda nera di una balena che s’inabissa. Probabilmente l’abbiamo urtata con la nostra chiglia mentre dormiva e svegliandosi ci ha urtato di nuovo con un colpo di coda. È noto che alcune tipologie di balene dormono poco sotto la superficie del mare continuando a muoversi lentamente e riposando solo con una metà del loro cervello, mentre l’altra metà resta vigile sui pericoli circostanti. Normalmente percepiscono i rumori dei motori delle navi con largo anticipo, ma evidentemente non sempre riescono a sentire lo scafo di una barca a vela che si avvicina. Abbiamo subito controllato la sentina e ho legato una piccola camera go-pro ad un mezzo marinaio che ho immerso in acqua per controllare eventuali danni allo scafo e al timone. Per fortuna non abbiamo notato alcun danno, forse ci siamo solo rimbalzati sopra!

Alba in oceano

Nei giorni seguenti continuiamo a navigare salendo ancora di latitudine. Ogni giorno la temperatura scende di poco e cominciamo sempre più ad indossare abbigliamento pesante. Ormai i climi tropicali cui eravamo abituati sono un ricordo e per la prima volta sentiamo freddo durante le guardie notturne. Nicola si rivela un esperto panificatore e ci sorprende preparando pane fresco ogni tre giorni: non solo un modo per passare il tempo, ma anche per razionalizzare i consumi alimentari dell’equipaggio per una traversata che si sta rivelando più lunga del previsto.

Uno dei tanti tramonti scenografici in oceano

Il 13 maggio all’alba arriviamo a Faial nell’arcipelago delle Azzorre. L’isola appare coperta dalle nebbie e dalla bruma marina della notte. Il vulcano di Pico, l’isola di fronte, svetta sopra le nuvole basse. Dopo 17 giorni di navigazione entriamo nel porto di Horta dando fondo in mezzo alla baia. L’autorità portuale viene a prenderci poche ore dopo con un gommone della guardia costiera per scortarci a terra dove saremo sottoposti ad un covid test, in seguito al risultato del quale potremo attraccare in banchina.

Horta

Faial è un’isola piccola, si percorre tutta la strada costiera in poco meno di due ore di auto. Il vulcano al centro si vede di rado perché solitamente una coltre di nuvole nasconde l’isola sopra i 150 metri. Qui piove molto durante tutto l’anno e la temperatura è mitigata dall’oceano. La vegetazione è di conseguenza rigogliosa e molto varia. I fiori crescono spontanei ovunque e sui prati pascolano libere le mucche. Il latte di Faial è buonissimo, così come lo sono i formaggi e le carni bovine. Ovviamente c’è una grande tradizione di pesca: Horta era nel passato un centro di balenieri e oggi la memoria di quei tempi si conserva nei locali che si affacciano sul porto. Il più famoso di questi è il mitico Peter’s Bar Sport, un “must” per ogni velista che attraversa l’Atlantico.

Peter’s Cafè Sport
L’interno

Jose Azevedo, il proprietario, mi racconta la storia del nonno che fu l’iniziatore dell’attività e mi fa da guida nel piccolo museo allestito al primo piano, dove da tre generazioni la famiglia colleziona “scrimshaws”, le sculture e le incisioni che i balenieri usavano fare sulle ossa dei cetacei nei periodi di inattività dal lavoro.

Incisioni su denti di balena

Porto Pim, dall’altra parte della collina, era l’antico porto naturale dove i balenieri trascinavano i capodogli catturati per estrarre l’olio e lavorare le carni nella Fabrica da Baleia, oggi riconvertita in museo dell’antica tradizione baleniera dell’isola e centro di ricerca per la biologia marina e la salvaguardia dell’ambiente.

Veduta di Porto Pim con la Fabrica da Baleia sulla destra

Sulla pavimentazione e sui muri del lungomare le barche che arrivano qui dipingono il ricordo della loro traversata atlantica. Anche Milanto ha un murale pavimentale delle numerose traversate di ritorno che ha effettuato negli anni passati, sono ben 10! Decidiamo di ritoccarlo e di realizzarne uno nuovo come memoria del nostro giro del mondo. Compriamo vernici e pennelli, Tommaso disegna il progetto e comincia l’opera. Alla fine il risultato è un capolavoro!

Il lungomare del porto di Horta
Il disegno pavimentale di Milanto

Ogni giorno controlliamo il meteo cercando di individuare la finestra giusta per salpare, calcolando di arrivare a Gibilterra con la corrente e il vento a favore che ci consentano di entrare dentro lo stretto. Non è semplice perché le previsioni variano continuamente, ogni giorno decidiamo di rimandare la nostra partenza. Succede sempre così, non ci sono mai certezze quando si programma una traversata oceanica, ma alla fine decideremo di prendere il mare e lasceremo anche questo lembo di terra per un altro salto verso casa.

La chiesa di Nostra Senhora da Guia sul monte omonimo sopra Porto Pim a Faial