Lo sguardo di Lombok

“Il coraggio dei marinai non sta nel prendere le onde, ma nell’affrontare le partenze” dice Valerio mentre ci raccontiamo a vicenda le esperienze che abbiamo vissuto in queste due settimane a Lombok. Ed è proprio così, ogni partenza è dolorosa, perché ti lasci dietro tanti ricordi di vita, vissuta intensamente nelle diverse parti del mondo che abbiamo visitato. Ma partire da qui è veramente difficile. La luna cala sulla costa di fronte all’isola di Gili Gede e traccia un sentiero di luce sul mare placido della laguna, domani salperemo e ci lasceremo alle spalle le isole dell’Indonesia per una lunga traversata dell’Oceano Indiano fino all’isola di Reunion.

Una veduta della costa sud di Lombok

Porterò con me i ricordi dei giorni trascorsi a fare surf nella baia di Selong insieme a Sandy e alla comunità dei surfisti locali; le notti passate a Kuta, le canzoni cantate a Ratu alla luce di una candela; l’atmosfera di libertà che abbiamo vissuto nel conoscersi e nel raccontarci con Nada, Marianne, Alan, Raymond e Michael. Non dimenticherò mai gli occhi di Kim che mi hanno incantato fin dal primo sguardo sulla spiaggia di Tanjiung Aan; il suo sorriso così gentile e aperto alla vita è un dono prezioso che porto nel cuore. Ricorderò i viaggi in scooter lungo la costa e nelle campagne dell’interno, dove mi sono fermato a parlare con famiglie di contadini, bambini che andavano a scuola tenendosi per mano, un ragazzetto con un fucile più grande di lui, una coppia di anziani dal sorriso sdentato che ho abbracciato da quanto erano belli e felici. La povertà è cattiva e brutta ovunque, ma l’atmosfera che si vive in quest’isola ha sempre il volto della speranza. La speranza di un popolo che sorride sempre di fronte alle tante avversità della vita e alle mille contraddizioni che le nostre società odierne hanno portato.

La spiaggia di Tanjiung Aan

Una su tutte quella dell’inquinamento da plastica. Un problema ambientale di proporzioni enormi, la cui presa di coscienza rischia di dare le vertigini. I turisti che arrivano a Bali o nelle altre isole indonesiane difficilmente si rendono conto delle proporzioni di questo disastro. Perché le spiagge dei resort sono costantemente ripulite dalla plastica che arriva dal mare, ma basta uscire dal muro che separa i centri turistici dai villaggi rurali e si entra nella realtà di un litorale totalmente invaso dai rifiuti. Così come lungo le strade interne delle isole. Chiunque getta plastica ovunque. Lo fanno i pescatori delle baie della costa che usano reti e trappole di plastica per pescare le baby lobster e venderle sui mercati di Singapore; i contadini delle campagne che faticano con gli aratri ancora trainai dai bufali e gettano bottigliette di plastica e sacchetti rotti; lo fa chi lavora nell’industria del turismo e getta sigarette sulle lunghe spiagge di sabbia bianca e compatta di fronte al mare turchese. “E’ un problema culturale” mi dice Hak, “la maggior parte delle persone non si rende conto del problema dell’inquinamento”. Nei villaggi rurali della costa – quelli dove le comunità dei pescatori convivono con galline, caprette e vacche magrissime – i bambini sono abituati a giocare fra distese di plastica portate dal mare o gettate da terra. Il loro paesaggio è molto diverso da quello dei resort che sorgono a poche centinaia di metri di distanza, dove si pratica yoga e meditazione e si viene per rigenerarsi dai ritmi frenetici della vita occidentale.

Un mercato lungo la strada per Kuta
Un villaggio rurale

Sandy ha una piccola scuola di surf sulla spiaggia di Selong. Si chiama Black Fin: quattro pali di legno e un tetto di lamiera, qualche tavolo con sedie di bambù, un cucinotto sul retro, due ombrelloni di tela con lettini di legno, le tavole da surf di diverse dimensioni nella rastrelliera. Vive lì con la giovane moglie e la figlia di due anni. Il loro sorriso mi conquista ogni mattina quando arrivo in spiaggia per imparare a stare sulla tavola. Aspettiamo che la marea passi i suoi picchi per attendere le onde giuste scrutando l’oceano. “Questa va bene” mi dice serio indicandomi l’onda in lontananza. “La vedi crescere a destra? Ok quando sei sopra curva a sinistra e prova a saltarla prima di arrivare a riva. Ok, ready? Pedal!”. Nei giorni ho preso sempre maggior dimestichezza e ho abbandonato la tavola da principiante per iniziare con quella rigida da 6.8. “Fai attenzione, il surf è una droga!” mi dice Giovanni dall’Italia. E capisco benissimo cosa intende, perché ormai la notte sogno le onde e la mattina guardo il mare in lontananza cercando di capire quando sarà il momento buono per andare in spiaggia con la tavola sotto braccio.

Le mie prime prove sulla tavola

Amar ha 32 anni, è sposato e ha due bambini di 9 e 11 anni. Fa il driver per i turisti che arrivano a Lombok in vacanza, ma adesso che tutti i voli dall’estero sono bloccati deve trovarsi un altro lavoro per mantenere la famiglia. Cercherà di andare a lavorare nelle tante miniere d’oro di proprietà dei Canadesi o dei Russi, oppure in quelle del governo indonesiano. Verrà pagato 70.000 rupie indonesiane (4 euro) per 8 ore di lavoro al giorno in miniera, che diventano 12 contando il viaggio per raggiungerla da casa e il tempo impiegato in ufficio ad inserire i dati della giornata sulla carta mineralogica. Lavorerà sei giorni la settimana con il minimo delle dotazioni di sicurezza, lasciandosi libero il venerdì per andare a pregare alla moschea e passare del tempo con la famiglia. Non gli sarà riconosciuta una pensione e non avrà nessuna assistenza sanitaria. Potrebbe comprare un’assicurazione sanitaria per la famiglia a 140.000 rupie al mese, troppe per potersela permettere. La pensione e l’assistenza sanitaria spetta solo a quelli che lavorano per il governo fino a 60 anni, per tutti gli altri: “you must work until die”, mi dice sorridendo.

Sandy e il cane Kiss sulla spiaggia di Selong

Amar è appassionato di Moto GP, come tutti qui in Indonesia. Il prossimo anno si correrà sul nuovo circuito che si sta costruendo in tempi record alla periferia di Kuta sulla costa sud di Lombok. Dovunque vada mi si aprono le porte solo perché sono italiano e mi chiamo Lorenzo: “Valentino Rossi – Jorge Lorenzo!”. Dell’Italia conosce le squadre di calcio, la pizza e il cappuccino. Gli piacciono i film dei Pirati dei Caraibi e mi vede un po’ come uno di loro. Un giorno mi chiede se Jack Sparrow è davvero esistito, come se lo dovessi aver conosciuto. E ci rimane molto male quando gli dico che è un personaggio di fantasia. Al punto tale che mi dispiace averglielo detto. Ascoltiamo musica mentre viaggiamo lungo la costa e mi insegna a riconoscere i gruppi di Dang Dut, un misto fra musica tradizionale indonesiana e pop internazionale. Poi scopro che è un fan di Rod Stewart e allora ci mettiamo a cantare insieme le canzoni che ha sul telefono, mentre lungo la strada passiamo mandrie di bufali che camminano lente, famiglie di scimmie che attendono di attraversare mostrando i denti alle auto in corsa, bambini di 7 o 8 anni che sfrecciano su scooter più grandi di loro portandosi dietro la sorellina ancora più piccola, contadini che portano enormi fasci di erbe su motorini minuscoli che diventano come grandi covoni viaggianti, mercati improvvisati per strada dove si vende di tutto, pesci, frutta, suole di scarpe, copertoni, taniche di benzina, galline.

Il paesaggio di un villaggio della costa

Torniamo sull’isola di Gili Gede per ritrovare Milanto ormeggiata alla Marina. Sukar, uno dei tanti pescatori della costa, viene a prenderci con il suo praho di legno, la barca tradizionale di questi mari con i bilancieri laterali, il piccolo fuoribordo e la vela avvolta attorno all’albero.

Un praho da pesca a Gili Gede

Domani salperemo per Reunion. Ci vorranno circa tre settimane di navigazione. Ci lasceremo l’Asia alle spalle per fare rotta verso l’Africa e mai sarà così difficile partire come da quest’isola che ci ha rubato il cuore.