Il sogno colonialista di Adolf Luederitz e la città fantasma di Kolmanskop

Bartolomeo Diaz nel 1487 si fermò qui per ridossarsi dai forti venti che spazzano la costa della Namibia. Chiamò questo luogo Angra Pequena, cioè piccola baia. Quattro secoli dopo la piccola cittadina che si era formata sul fondo di questa insenatura venne denominata Luederitz, dal nome di Adolf Luederitz, un commerciante di tabacco tedesco che aveva acquistato il terreno come punto di partenza per l’esplorazione dell’interno, sicuro di trovare metalli e pietre preziose. Morì durante le ricerche, la sua imbarcazione s’inabissò nelle rapide del fiume Orange e non fece mai ritorno sulla costa. Ma la sua visione non era sbagliata.

Milanto in navigazione verso la Namibia con una mano di terzaroli e genoa tangonato

Siamo approdati qui spinti da un bel vento, più di trenta nodi, dopo tre giorni di navigazione da Cape Town. L’ultima notte il vento è calato ed è salita una fitta nebbia. Abbiamo dovuto accendere il motore avanzando cauti e monitorando il radar per individuare possibili piccoli pescherecci in rotta di collisione. Ad un certo punto, prima dell’alba, la cinghia della pompa di raffreddamento si è rotta. Eravamo ormai vicini alla costa, in questi casi la prima cosa da fare è quella di issare le vele e cercare di prendere il largo per mettersi al sicuro: cioè avere tempo e acque libere per risolvere il guasto. Così abbiamo fatto e al mattino eravamo di nuovo in rotta per entrare nella baia di Luederitz. Navigavamo quasi in assenza di vento in mezzo ad una nebbia così fitta da non vedere ad un palmo dalla prua di Milanto. Mentre ci avvicinavamo la nebbia si diradava e ad un tratto la baia ci è apparsa sotto il sole, circondata dalla costa del deserto. Abbiamo preso una boa dopo aver trattato con Andy, che vive ormeggiato su una vecchia barca e cerca di sbarcare il lunario dando assistenza a chi approda. Dopo aver svolto le pratiche d’immigrazione a terra abbiamo visitato la città. Nessuno per le strade di sabato pomeriggio. Solo pochi ragazzi con cui ho scambiato qualche battuta. Tutti molto sorridenti. Una giovane guardia del porto commerciale si mette in posa per una fotografia, così delle ragazze che sono venute a giocare sul waterfront. La vita è semplice qui. Si lavora e nel tempo libero ci s’incontra con gli amici al bar oppure si sta in famiglia. La domenica si va a pescare sulla spiaggia.

Il nostro arrivo a Luederitz
Una guardia del porto in posa
Ragazze che giocano nella piscina naturale della baia

Ma da dove nasce una città come questa? Munchen in der wuste, la Monaco del deserto come viene ancor oggi chiamata per gli edifici in stile bavarese costruiti tutti nel giro di un anno, nel 1909, come riportano le iscrizioni sulle facciate. Una città sorta per le ambizioni colonialiste dell’Impero tedesco che vide la realizzazione del primo campo di concentramento della storia, nel 1905, allestito nella prospiciente Shark island per imprigionare la popolazione autoctona Herero in rivolta.

Per capire lo sviluppo di questa città bisogna tornare indietro nel tempo, pochi decenni dopo la morte di Adolf Luederitz, quando sorse dal nulla quello che oggi è un luogo abitato dalla sabbia e dai fantasmi.

Uno degli edifici costruiti nel 1909

Nel 1908 Zacharias Lewala, mentre puliva dalla sabbia le rotaie della linea ferroviaria a pochi chilometri dalla città di Luederitz, vide scintillare una pietra. La portò al suo superiore, il tedesco August Stauch. Era un diamante. Il povero Zacharias non ricevette alcuna ricompensa; ma nel giro di pochi mesi il luogo si popolò di cercatori venuti dalla Germania, i quali in breve tempo fecero fortuna e costruirono una città secondo lo stile delle architetture della madre patria nei primi del Novecento. Venne chiamata Kolmanskop (la testa di Coleman), dal nome di un trasportatore, un certo Coleman, che abbandonò qui il suo carro di buoi a causa di una tempesta di sabbia. La città fu edificata secondo i criteri più evoluti dell’epoca. Fu dotata di una centrale elettrica, un ospedale, una scuola, un teatro, una sala da ballo, una grande piscina, un casinò, oltre che di abitazioni per i lavoratori, per gli impiegati e per i dirigenti della miniera. C’era addirittura un impianto per la produzione del ghiaccio e fu installata una linea del primo tram realizzato in Africa. Tutto questo in mezzo al deserto.

L’interno di una delle abitazioni di Kolmanskop
Un altro interno
Un frigorifero alimentato a ghiaccio
Alcune case dei dirigenti della miniera

La fortuna di Kolmanskop durò pochi anni, già dopo la prima guerra mondiale cominciò a spopolarsi. I diamanti andarono progressivamente diminuendo e l’attività estrattiva si arrestò. La città fu abbandonata nel 1954 e da quel momento in poi il deserto ha iniziato a riprendersi i suoi spazi invadendo gli edifici, ormai quasi sepolti dalle frequenti tempeste di sabbia.

Una stanza dell’ospedale

Ma che fine ha fatto la visione di Adolf Luederitz? Come si è trasformata l’industria dei diamanti in questa parte del mondo? Le grandi miniere della Namibia, gestite dal colosso della De Beers, sono tutte in via di esaurimento. Oggi i diamanti si estraggono dal mare mediante gigantesche navi di 170 metri di lunghezza, dotate di enormi bracci trattore che scavano a circa 150 metri di profondità. Camminando attraverso l’interno delle abitazioni di Kolmanskop, dove la sabbia invade le stanze, divelle le porte e arriva fino al soffitto, sembra di vivere in un sogno. Nel silenzio del deserto sento solo i miei passi che si aggirano fra i muri di questa città fantasma. Mi sembra di vivere in una grande Natura Morta, la Vanitas del mondo antico, la rappresentazione del tempo che passa. Ma in questo caso c’è anche il fascino dell’abbandono e di un mondo che fu abitato da tante persone che vissero qui le loro vite, i loro amori, le loro passioni, le loro speranze. Mi sembra di vederle come spettri che ancora popolano questi edifici in rovina. O Nerina! E di te forse non odo questi luoghi parlar? Dove sei gita? Mi torna in mente il nostro miglior poeta della caducità. Quella voce così disperatamente viva, anch’essa ormai sepolta dalle sabbie.

L’entrata della città fantasma